"Io sono venuto perché abbiano la
vita e l'abbiano in abbondanza"
(Gv 10, 10)
1.1 Una vita totalmente aperta
1.2 Il lavoro nella società contemporanea
1.3 Il deserto dell amancanza di significato
1.4 Comunità di vita apostolica
2.1 In questo sta l'amore
2.2 "Nessuno ha un amore più grande di questo:dare
la vita per i propri amici"
2.3 Sesso, corpi e desiderio
2.4 Come possiamo sostenerci a vicenda?
3.1 Comunità della Parola
3.2 Comunità di celebrazione e silenzio
3.3 Il deserto della morte e resurrezione
IDI augura ai suoi Lettori una lieta e santa Pasqua
LA PROMESSA DI VITA
"Io sono venuto perché abbiano la vita
e l'abbiano in abbondanza"
(Gv 10, 10)
(98/86) Quando San Domenico diede l'abito ai frati, promise
loro "il pane della vita e l'acqua del cielo".(1)
Se vogliamo essere predicatori di una parola che da la vita,
dobbiamo trovare il pane della vita nelle nostre comunità.
Ci aiutano esse a fiorire o soltanto a sopravvivere?
Poco dopo essere entrato nell'Ordine, la mia Provincia fu
visitata da fra Aniceto Fernández, allora Maestro dell'Ordine.
Egli mi fece solo una domanda, quella tradizionale di tutti i
Visitatori: "Sei felice?" Mi sarei aspettato qualche
domanda più profonda, sulla predicazione del Vangelo oppure
sulle sfide che la Provincia doveva affrontare. Mi rendo conto
ora che questa è la prima domanda che dobbiamo porre ai
nostri confratelli: "Siete felici?" C'è una
felicità nel vivere da Domenicano, che è la sorgente
della nostra Predicazione. Non è una illimitata allegria,
né un'inarrestabile bonomia. È una felicità
che include la capacità di rattristarsi. Una felicità
che può anche non esserci per un po' di tempo, o anche
per lungo tempo. È come un assaggio di quell'abbondanza
della Vita che noi predichiamo, la gioia di coloro che hanno
cominciato a condividere la vita stessa di Dio. Dovremmo essere
capaci di sentirne il diletto perché siamo figli del Regno.
"Il diletto è il carattere intrinseco della vita
beata e della vita che, per un dono dello Spirito Santo, è
sulla via della beatitudine."(2)
Quando cantiamo a San Domenico concludiamo pregandolo Nos iunge
beatis. Congiungici ai beati. Ci auguriamo di poter partecipare
ora un barlume della loro felicità in Cielo.
Se vogliamo costruire comunità nelle quali vi sia abbondanza
di vita, allora bisognerà riconoscere chi e che cosa significa
per noi essere vivi, come uomini e donne, fratelli e sorelle,
e come predicatori.
Non siamo angeli. Siamo esseri dotati di passioni, mossi da
desideri animali per il cibo e l'accoppiamento. Questa è
la natura che la "Parola di Vita" ha accettato quando
ha assunto la natura umana. Noi non possiamo fare da meno. Il
cammino verso la santità comincia da qui.
Ma fummo creati da Dio a sua immagine, destinati all'amicizia
con Lui. Siamo capax Dei, affamati di Dio. Vivere significa per
noi imbarcarsi nell'avventura che ci conduce verso il Regno.
Abbiamo bisogno di comunità che ci sostengano nel cammino.
Il Signore ha promesso: "Vi toglierò il cuore di
pietra e vi darò un cuore di carne" (Ez 36,26). Abbiamo
bisogno di fratelli e sorelle che stiano con noi quando i nostri
cuori sono affranti e inteneriti.
Ogni persona saggia ha sempre saputo che non c'è cammino,
che conduce alla vita, che non passi attraverso il deserto. Il
viaggio dall'Egitto alla Terra Promessa passa attraverso il deserto.
Se vogliamo essere felici e pieni di vita, dobbiamo fare quella
strada. Abbiamo bisogno di comunità che ci accompagnino
in quel viaggio e ci aiutino a credere che, quando il Signore
conduce Israele nel Deserto, è perché Egli "possa
parlargli teneramente" (Os 2, 16). Forse per questo tanti
hanno lasciato la vita religiosa durante gli ultimi trent'anni,
non perché essa era più dura di prima, ma perché
abbiamo perso di vista che le notti oscure fanno parte della
nostra rinascita come di persone che vivono con la gioia del
Regno. Così le nostre comunità dovrebbero essere
non soltanto "luoghi" ove sopravvivere solamente, ma
posti dove trovare cibo per il nostro cammino.
Per usare una metafora che ho già sviluppato altrove,(3) le comunità religiose
sono come un sistema ecologico, fatte apposta per sostenere strane
forme di vita. Una rana di una rara specie ha bisogno di un appropriato
ecosistema per prosperare, e riuscire a riprodursi dalle uova
i girini sino alle rane adulte, nonostante tutte le difficoltà.
Se la rana è minacciata di estinzione, allora si deve
costruire per essa un ambiente appropriato, con il cibo, gli
stagni e il clima adatto nel quale essa possa prosperare. Anche
la vita Domenicana richiede il suo ecosistema appropriato, se
vogliamo viverla pienamente e predicare una parola di vita. Non
basta parlarne; dobbiamo progettare e costruire attivamente tali
ecosistemi domenicani.
Questa è, innanzitutto, la responsabilità di
ciascuna comunità. Sta ai fratelli e alle sorelle che
vivono insieme creare comunità nelle quali possiamo non
solo vivere ma prosperare, offrendo gli uni agli altri "il
pane della vita e l'acqua del cielo". È questo lo
scopo principale del "progetto comunitario" proposto
dagli ultimi tre Capitoli Generali. Questo potrà avvenire
se abbiamo il coraggio di parlarci su quello che ci sta più
a cuore come esseri umani e come domenicani. La mia speranza
è che questa lettera all'Ordine possa aprire la discussione
di alcuni aspetti della vita Domenicana. Rivolgerò la
mia attenzione alla vita apostolica, la vita affettiva e la vita
di preghiera. Non sono tre parti di ciascuna vita (Vita Contemplativa:
dalle 7 alle 7, 30; Vita Apostolica: dalle 9 del mattino alle
5 del pomeriggio; e la Vita Affettiva?). Esse appartengono alla
pienezza di ogni vita che è veramente umana e domenicana.
Nicodemo domanda: "Come uno può rinascere?"
Questa è anche la nostra domanda: Come possiamo aiutarci
a vicenda, dovendo affrontare una trasformazione, in modo da
diventare apostoli di vita.
Non ogni comunità sarà capace di rinnovarsi,
e conseguire l'ideale previsto dalle nostre Costituzioni e dai
recenti Capitoli Generali. La provincia dovrà perciò
sviluppare un programma di graduale rinnovamento delle comunità
nelle quali i confratelli possano fiorire. È solo a queste
comunità che i giovani confratelli dovrebbero essere assegnati.
Essi porteranno la semente della vita domenicana futura. A meno
che non faccia dei programmi per costruire comunità di
questo tipo, la provincia morirà. Una provincia con tre
comunità nelle quali i confratelli fioriscono nella loro
vita domenicana ha un futuro, con la grazia di Dio. Una provincia
con venti comunità nelle quali soltanto si sopravvive
non può avere futuro.
1. LA VITA APOSTOLICA
1.1 Una vita totalmente aperta
La vita domenicana è in primo luogo apostolica. Questo
può essere inteso nel senso che un buon domenicano è
sempre occupato, impegnato in "apostolati". Eppure
la vita apostolica non è tanto ciò che facciamo
quanto quello che siamo, ossia coloro che sono chiamati a "vivere
la vita degli Apostoli nella forma concepita da San Domenico".(4) Quando Diego incontrò
i delegati Cistercensi mandati a predicare agli Albigesi, disse
loro : "Andate con umiltà seguendo l'esempio del
nostro amoroso Maestro, insegnando e facendo quello che insegnate,
viaggiando a piedi senza argento né oro, imitando in tutto
la vita degli apostoli". (5)
Essere apostoli significa avere una vita, non un lavoro.
E la prima caratteristica di questa vita apostolica è
di condividere la vita del Signore. Gli apostoli sono coloro
che lo accompagnarono "per tutto il tempo che il Signore
visse in mezzo a noi" (At 1,21). Essi furono chiamati da
lui, camminarono con lui, lo ascoltarono, riposarono e pregarono
con lui, conversarono con lui, e furono inviati da lui. Essi
condivisero la vita di colui che è l'Emanuele, "Dio
con noi". Il culmine di quella vita fu la condivisione dell'Ultima
Cena, il sacramento del pane della vita. Anche se uno di loro
se ne andò presto, perché aveva troppo da fare.
La vita apostolica è perciò per noi più
che i vari apostolati che facciamo. Yves Congar scrisse che la
predicazione è una "vocazione che ha la sostanza
della mia vita e del mio essere".(6)
Se le esigenze del nostro apostolato ci impediscono di avere
il tempo per pregare e mangiare coi nostri fratelli, per vivere
insieme a loro, allora per quanto impegnati possiamo essere,
non saremo apostoli nel pieno senso della parola. Meister Eckhart
scrisse: "Le persone non dovrebbero preoccuparsi tanto di
quello che dovrebbero fare, bensì piuttosto di quello
che dovrebbero essere. Se noi e i nostri modi sono buoni, allora
quello che facciamo sarà splendido".(7)
Domenico era un predicatore con tutto il suo essere.
Ma questa vita apostolica ci lacera. È questa la sua
sofferenza e la sorgente della sua fecondità. Perché
la Parola di Dio, la cui vita gli Apostoli condividono, si spinge
fino a raggiungere tutto quello che è il più lontano
da Dio e lo abbraccia. Secondo Eckhart, la Parola resta una col
Padre mentre trabocca nel suo ardore dentro il mondo. Niente
di umano le è estraneo. La vita di Dio si schiude ed espande
per creare uno spazio per tutto quello che noi siamo: diventa
come noi, in tutto fuorché nel peccato. Egli prende su
di sé i nostri dubbi e timori; egli entra dentro la nostra
esperienza di assurdità: quel deserto nel quale si perde
ogni significato.
Sicché per noi vivere la vita apostolica pienamente
equivale ad accorgerci che anche noi siamo del tutto aperti e
disponibili. Essere un predicatore non è soltanto raccontare
alla gente qualcosa su Dio. È portare dolorosamente nell'intimo
della nostra vita la distanza che c'è tra la vita di Dio
e quella che è molto lontano da lui, estraniata da lui
e ferita. Noi possiamo avere una parola di speranza solamente
se riusciamo a gettare uno sguardo dentro il dolore e la disperazione
di coloro ai quali predichiamo. Non abbiamo parole di compassione
se non riconosciamo in qualche modo che le loro mancanze e tentazioni
sono anche nostre. Non abbiamo parole che danno significato alla
vita della gente, a meno che non siamo toccati noi stessi dai
loro dubbi e abbiamo gettato uno sguardo nell'abisso in cui si
trovano. Penso ad alcuni dei miei confratelli francesi che, dopo
giornate di insegnamento teologico e di ricerca, vanno sui marciapiedi
durante la notte e incontrano le prostitute, per prestare ascolto
alle loro sventure e sofferenze e dir loro una parola di speranza.
Non c'è da stupirsi che noi Domenicani abbiamo, fin dall'inizio,
una cattiva reputazione! È il rischio della vocazione.
Giordano da Rivalto, nel Trecento, dice alla gente di non giudicare
i frati troppo severamente se essi sono un po' "sudici".
Fa parte della nostra vocazione: "Essere tra la gente, vedendo
quello che succede nel mondo, è impossibile per loro non
sporcarsi un po'. Sono esseri umani di carne e sangue come voi,
e nel fiore della giovinezza: c'è da stupirsi che essi
siano così puliti come sono. Questo non è un luogo
adatto per dei monaci"! (8)
La vita apostolica non offre insomma uno stile di vita equilibrato
e sano, con buone prospettive di carriera. Perché ci squilibra
e ci fa pendere dalla parte più pericolosa. Se condividiamo
la Parola di Dio in questo modo, allora siamo totalmente svuotati
ed aperti, in modo tale che ci sia lo spazio e il silenzio per
la nascita di una parola nuova, come se essa risuonasse per la
prima volta. Siamo persone di fede che si protendono a cuore
aperto verso quelli che non credono. A volte noi stessi non siamo
sicuri di che cosa questo significhi. Siamo come gli apostoli,
che furono chiamati a raccolta da Cristo, e andarono a piedi
con lui a Gerusalemme, sapendo che lui solo aveva parole di vita
eterna. Eppure discussero chi tra loro fosse il più grande
e spesso non avevano nessuna idea su dove stavano andando.
La vita apostolica ci invita quindi a vivere una tensione.
Abbiamo promesso di costruire la nostra vita insieme ai nostri
fratelli e sorelle domenicane. "Per ciascuno di noi d'ora
in poi essere umani, essere noi stessi significa essere uno dei
confratelli predicatori; non abbiamo nessun'altra biografia".(9) Qui è la nostra casa e
non possiamo averne nessun'altra. E tuttavia lo slancio della
vita apostolica ci spinge ad entrare in mondi differenti. Esso
ha condotto molti dei nostri fratelli nel mondo industriale,
nel mondo delle fabbriche e dei sindacati. Altri li ha condotti
nelle università. Ci conduce anche nel mondo cibernetico
dell'Internet. Un nuovo progetto dei Domenicani francesi, Jubilatio,
ci conduce nel mondo della gioventù. Un nuovo progetto
nel Benin conduce nel mondo dell'agricoltura ecologica. Questa
tensione può lacerarci al punto che la sola vita che abbiamo
non è costruita o pianificata da noi; se però è
ricevuta come un dono, è "il pane di vita" che
Domenico promise.
1.2. Il lavoro nella civiltà contemporanea
Nella nostra società contemporanea, questa tensione
può facilmente diventare una semplice divisione. Possiamo
diventare persone con due vite, la nostra vita come Domenicani,
nelle nostre comunità, e quella che viviamo nel nostro
apostolato. La causa di questo è il modo come oggi il
lavoro è concepito. Quando questo succede, la bella ,
dolorosa, feconda tensione che si trova al cuore della vita apostolica
si interrompe, e noi possiamo diventare semplicemente delle persone
che svolgono certi lavori, e alle quali capita anche di ritornare
a degli alberghi religiosi, per trascorrervi la notte. Vediamo
perché questa è una sfida particolare che dobbiamo
affrontare oggi.
a) La frammentazione della nostra vita
La società Occidentale contemporanea frammenta la vita.
I giorni di lavoro sono separati dalla fine della settimana,
il lavoro dal tempo libero, la vita lavorativa dalla pensione,
almeno per quelli abbastanza fortunati da avere un lavoro. Uno
può essere insegnante di Storia durante il giorno e un
genitore durante la notte e un cristiano la domenica. Questa
frammentazione può renderci difficile vivere una vita
unificata e integrata. I Domenicani predicano in una varietà
quasi infinita di modi. Siamo parroci e professori, assistenti
sociali e cappellani d'ospedale, poeti e pittori. In quale modo
viviamo questi apostolati come frati, membri di nostre comunità,
frati e suore che hanno dei voti? Ricordo di essere rimasto scosso
parlando con un giovane giornalista domenicano che condivise
con me le sue difficoltà di vivere nel mondo dei media.
Durante la giornata viveva in un mondo, con i suoi principi morali
e il suo proprio stile di vita. Di notte ritornava alla sua comunità
religiosa. Come poteva egli essere in una sola persona, un frate
e un giornalista? Quando di notte facciamo ritorno alla nostra
comunità, allora come tutti gli altri vogliamo lasciare
fuori della porta i fardelli della giornata. Quello che facciamo
durante il lavoro è "un'altra vita".
b) La professionalizzazione del lavoro
Il lavoro è sempre più professionalizzato, anche
per la predicazione del Vangelo spesso si può diventare
professionisti qualificati. Si può anche ottenere un diploma
in Predicazione o un dottorato in Pastorale. Nessuno di quelli
chiamati da Gesù ricevette un grado accademico in studi
pastorali. Non c'è nulla di male in tale professionalizzazione.
Dobbiamo essere professionisti e qualificati quanto quelli con
i quali lavoriamo. Eppure dobbiamo guardarci dalle seduzioni
di diventare dei "professionisti". Esserlo, fa appartenere
ad una classe sociale e procura una buona posizione. Ci colloca
ad un certo livello in una società stratificata. Ci fa
avere una particolare identità e ci invita a vivere in
un certo modo. Come può tale dottore, professore, parroco
essere un mendicante, un frate o una suora itinerante? La nostra
professione ci confina dentro uno stretto sentiero, con la sola
prospettiva della promozione? Ci lascia liberi di accogliere
le inaspettate domande dei nostri fratelli e di Dio?
c) L'etica del lavoro
Finalmente, nella società Occidentale, l'etica del
lavoro ha trionfato. È essa che giustifica la nostra esistenza.
La salvezza non in virtù delle opere ma del lavoro. I
disoccupati sono esclusi dal Regno di Dio. Qualunque cosa possiamo
predicare, è certo che l'attivismo febbrile, che tanto
spesso s'incontra nell'Ordine, potrebbe dare l'idea che talvolta
anche noi crediamo di salvare noi stessi in virtù di quello
che facciamo. Noi lodiamo Domenico come Praedicator Gratiae,
ma per quanto possiamo predicare che la salvezza è un
dono, è questo l'insegnamento secondo il quale viviamo?
Viviamo come quelli per i quali la vita, e la pienezza di vita,
è un dono? È questo il modo di considerare i nostri
fratelli? Gareggiamo nel far vedere quanto siamo occupati e quindi
quanto importanti noi siamo?
1.3 Il Deserto della mancanza di significato
Essere un predicatore è avere la propria vita potentemente
aperta. Dobbiamo condividere in qualche modo l'Esodo della Parola
di Dio, che è uscito dal Padre per abbracciare tutto ciò
che è umano. A volte questo Esodo può condurci
nel deserto, dove pare non vi sia nessuna strada che conduce
alla Terra Promessa. Potremo essere come Giobbe che siede su
un mucchio di letame e proclama che il suo Redentore vive. Soltanto
che qualche volta siamo solo seduti sul mucchio di letame. Se
ci lasciamo prendere dai dubbi e dalle credenze dei nostri contemporanei,
allora ci troviamo in un deserto nel quale il Vangelo non ha
più nessun senso. "Egli ha murato i miei sentieri"
(Gb 19, 8).
La crisi fondamentale della nostra società è
forse quella del significato. La violenza, corruzione e dipendenza
dalla droga sono sintomi di una malattia più profonda,
che è la fame per qualche significato della nostra umana
esistenza. Il farci predicatori Dio può condurci in quel
deserto. Là tutte le nostre certezze crollano e il Dio
che abbiamo conosciuto e amato sparirà. Dovremo allora
condividere la notte oscura del Getsemani, quando tutto sembra
assurdo e senza senso, e il Padre sembra essere assente. Eppure,
è solo se ci lasciamo condurre là, dove niente
ha più senso, noi possiamo udire la parola della grazia
di Dio offerta al nostro tempo.
"La Grazia si manifesta quando, facendoci
strada attraverso la disperazione, sfocia nella proclamazione
della lode".(10)
Messi davanti al vuoto, si può essere tentati di riempirlo,
con insulsaggini credute a metà, con surrogati del Dio
vivo. Il fondamentalismo che così spesso osserviamo nella
Chiesa, oggi è forse la spaventata reazione di coloro
che si sono trovati al margine del deserto, ma non hanno avuto
il coraggio di tener duro. Il deserto è un luogo dove
il silenzio è terrificante, che possiamo sforzarci di
soffocare proclamando a voce alta delle formule dogmatiche con
una terribile sincerità. Il Signore invece ci conduce
nel deserto per mostrarci la sua gloria. Perciò, dice
Meister Eckhart: "Resisti, non sottrarti al vuoto interiore
che senti".(11)
1.4 Comunità di vita apostolica
Come possono le nostre comunità sostenerci in questa
vita apostolica? Come possiamo sostenerci gli uni con gli altri
quando un fratello o una sorella si trova in quel deserto, quando
non c'è più niente che abbia significato?
a) L'apostolo è uno che è inviato. Gli apostoli
non avevano richiesto un lavoro! Diamo la nostra vita all'Ordine
perché esso possa inviarci in missione dove vuole. Nella
maggior parte delle comunità domenicane c'è il
ritmo continuo di uscire al mattino e rientrare di notte. Ma
noi non usciamo per andare al lavoro allo stesso modo di un professionista
che esce di casa. È la comunità che ci invia. E
"al loro ritorno gli apostoli gli raccontarono quello che
avevano fatto" (Lc 9, 10). Stiamo noi ad ascoltare quello
che i nostri confratelli hanno fatto durante il giorno quando
ritornano a casa sulla sera? diamo loro la possibilità
di condividere con noi le sfide che essi incontrano nel loro
apostolato? Eppure noi siamo nella parrocchia o nell'aula scolastica
per loro, nel loro interesse, come loro rappresentanti. La comunità
è presente dove c'è un fratello o una sorella.
Come può la preghiera che facciamo insieme, la mattina
e la sera, essere non soltanto l'adempimento comune di un obbligo,
ma una parte del ritmo della comunità che invia in missione
i suoi membri e li accoglie al loro ritorno? Preghiamo noi per
i/con i nostri fratelli che svolgono il loro apostolato? E se
questo non avviene, come può la nostra comunità
dirsi apostolica? Può diventare soltanto un albergo.
Il Capitolo Generale di Caleruega ha dato dei suggerimenti
eccellenti e chiari per quel che riguarda il modo in cui le comunità
possono programmare e valutare la loro missione comune, in modo
che un autentico spirito di collaborazione possa crescere tra
i confratelli. Insisto fortemente a che tutte le comunità
osservino quelle raccomandazioni (nº. 44).
b) Nelle nostre comunità dovremmo essere capaci di
condividere sia la nostra fede che i nostri dubbi. Per molti
di noi, specialmente per quelli che entrano oggi nell'Ordine,
non basta recitare i salmi insieme. Abbiamo bisogno di condividere
la fede che ci ha portato all'Ordine e che ci sostiene oggi.
È questo il fondamento della nostra fraternità.
Forse possiamo farlo soltanto con esitazione, timidamente, ma
anche in questo modo possiamo offrire ai nostri fratelli e sorelle
"il pane della vita e l'acqua del cielo". I Capitoli
Generali hanno frequentemente raccomandato che si predichi ad
ogni liturgia comunitaria. Non solo perché siamo l'Ordine
dei Predicatori, ma anche perché si possa comunicare reciprocamente
la nostra fede.
Dobbiamo pure essere capaci di condividere i nostri dubbi.
È soprattutto quando un fratello entra in quel deserto
della mancanza completa di significato che dobbiamo lasciarlo
parlare. Dobbiamo rispettare la sua lotta e non togliergli le
parole. Se un fratello ha coraggio di condividere questi momenti
di oscurità e di incomprensione, e noi abbiamo il coraggio
di ascoltarlo, può darsi allora che egli ci faccia il
più grande dono di sé. Il Signore può condurre
un fratello nella notte oscura del Getsemani. Ci metteremo a
dormire mentre egli lotta? Niente lega più strettamente
una comunità che una fede per arrivare alla quale abbiamo
dovuto lottare insieme. Questo può avvenire in una facoltà
teologica o in un barrio povero dell'America Latina. Sforzandoci
insieme di scoprire il significato di quello che siamo e di che
cosa siamo chiamati a fare alla luce del Vangelo, saremo sicuramente
stupiti da Dio che è sempre nuovo e inaspettato. Saremo
sorpresi perfino d'incontrarci e scoprirci reciprocamente come
se fosse la prima volta.
2. la vita affettiva
2.1 In questo sta l'amore
"In questo sta l'amore: non siamo stati noi
ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il
suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati. Carissimi,
se Dio ci ha amato, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri".
(1 Gv 4, 10)
Tutta la vita apostolica è una partecipazione a quell'amore
redentivo di Dio per l'umanità. Se così non è,
nel migliore dei casi la nostra predicazione sarà un lavoro,
e nel peggiore l'esercizio di una manipolazione degli altri,
la propagazione di una ideologia. Forse in alcuni paesi le chiese
sono vuote perché la predicazione del Vangelo è
vista come l'esercizio di un controllo, invece che l'espressione
dell'illimitato amore divino. Cosicché, per restare vivi,
abbondantemente vivi come predicatori, significa scoprire come
amare rettamente. "La mia vocazione è l'amore".(12)
Ma si potrebbe anche rovesciare il discorso. Per noi domenicani,
imparare ad amare è inseparabile dall'essere coinvolti
nel mistero della redenzione divina dell'umanità. Questa
è la nostra scuola d'amore. Oggi i formatori dei religiosi
stanno affrontando ovunque la questione della "affettività",
una parola che non mi piace. Come possiamo formare quelli che
entrano nell'Ordine ad amare bene, e pienamente, come casti religiosi?
La maggior parte di noi ha avuto poca o nessuna formazione su
come affrontare le nostre emozioni, la nostra sessualità,
la nostra fame di amore e di essere amati. Io non ricordo di
avere ricevuto nessuna formazione in questo campo. Sembra che
si supponesse, o forse si sperasse, nervosamente, che una bella
corsa e una doccia fredda avrebbe risolto il "problema".
Ahimé, non so correre e non sopporto le docce fredde!
In questa lettera non intendo trattare i problemi specifici
della formazione e dell'affettività, dato che spero ci
sarà presto una lettera indirizzata all'Ordine sul tema
della formazione. Mi limiterò a dire questo. Non è
sufficiente sperare che tutto vada bene se reclutiamo dei giovani
e delle giovani equilibrate, senza evidenti disordini emotivi.
Questi giovani così equilibrati sarebbero disposti a dare
la vita per i loro amici? Lascerebbero le novantanove pecore
per andare in cerca dell'una che si è smarrita? Mangerebbero
e berrebbero con le prostitute e i peccatori? Temo che siano
troppo assennati. Nel suo commento al Vangelo di Giovanni, Agostino
ha scritto: "Trovami uno che ama, ed egli capirà
quello che sto dicendo". (13)
Solo quelli che sanno amare possono capire la passione della
vita apostolica. Se non ci lasciamo travolgere dall'onda di quell'immenso
amore, tutti i nostri tentativi di essere casti non saranno altro
che esercizi di autocontrollo. Può darsi che siano coronati
da successo, ma correremo il rischio di danneggiarci gravemente.
Oppure, potremmo fallire, ma col rischio di danneggiare seriamente
gli altri. Insomma, se il nostro slancio apostolico e la nostra
capacità di amare non sono profondamente integrati, essi
diventano fattori per controllare gli altri oppure noi stessi.
Gesù invece rinunciò a controllare la propria vita
e la mise nelle nostre mani.
2.2. "Nessuno ha un amore più grande di questo:
dare la vita per i propri amici" (Gv 15,13)
Amare l'umanità può essere molto bello ma può
sembrare un surrogato pallido e astratto di quell'amore profondo
e personale del quale a volte siamo affamati. È davvero
sufficiente? Questo possiamo sentirlo soprattutto nella società
contemporanea nella quale il modello dominante dell'amore è
l'amore appassionato sessuale tra un uomo e una donna. Quando
sentiamo questo pressante bisogno, possiamo allora essere soddisfatti
con l'amore verso l'umanità?
Questo amore sponsale appassionato è effettivamente
un profondo bisogno umano, e dirò qualcosa su di esso
più avanti. Può essere anche un'immagine della
nostra relazione con Dio, come per esempio nei commentari medievali
del Cantico dei Cantici. Ma c'è un'altra tradizione complementare,
che forse è più tipicamente domenicana. Essa è
al centro del Vangelo di San Giovanni: "Nessuno ha un amore
più grande di questo: dare la propria vita per i propri
amici". Questo è l'aspetto che ha il mistero dell'amore:
uno che dona la sua vita per i suoi amici. C'è un amore
profondamente appassionato nella relazione di Gesù coi
suoi discepoli, con le prostitute e i pubblicani, i malati e
i lebbrosi, e perfino con i Farisei. È una passione che
si consuma sul Golgota. Non è questo così appassionante
come una qualunque avventura amorosa?
Può darsi che la nostra società trovi incomprensibile
la nostra maniera di amare, poiché a quanto pare abbiamo
rifiutato l'esperienza specifica dell'amore: l'unione sessuale
con l'altro. Possiamo talvolta sentirlo nei stessi che ci siamo
persi "la grande esperienza", e che non abbiamo vissuto.
Ma San Tommaso d'Aquino ha insegnato che nel cuore di Dio che
è amore c'è l'amicizia, l'inesprimibile amicizia
del Padre e del Figlio, che è lo Spirito Santo. Vivere
per noi, diventare vivi in maniera inesprimibile, è essere
di casa in quell'amicizia ed essere trasformati in essa. Questo
traboccherà su tutto ciò che facciamo e siamo.
Come ha scritto Don Goergen O.P. : Il celibato non rende nessuna
testimonianza. Ma il celibe sì".(14)
Noi testimoniamo il Regno se si vede che siamo persone la cui
vita è stata liberata dalla castità.
Le nostre comunità dovrebbero essere scuole di amicizia.
Quando stava per morire San Giacinto ripeté ai confratelli
le parole di San Domenico: "Abbiate bontà e gentilezza
(dulcedo) di cuore. Conservate l'amore di Dio e la carità
fraterna".(15) Siamo noi
abbastanza buoni e cordiali gli uni verso gli altri? Nella vita
religiosa c'è stato spesso un certo timore verso l'amicizia,
ma forse esso non è stato tanto presente nella tradizione
domenicana. Fin dall'inizio ci sono state delle amicizie profonde:
di San Domenico verso i suoi confratelli e consorelle, di Giordano
di Sassonia verso la sua diletta Diana ed Enrico, di Caterina
da Siena verso Raimondo da Capua. Mi ricordo che un vecchio domenicano
disse, in Capitolo, quand'io ero giovane: "Non ho niente
contro le amicizie particolari; è alle inimicizie particolari
che mi oppongo"! Questa amicizia non è mai esclusiva;
è invece profondamente trasformante: essa libera dolorosamente
e lentamente da ogni spirito di dominio e di possesso, da ogni
aria di superiorità e di alterigia. Se è una partecipazione
nella vita della Trinità, sarà allora un amore
che innalza l'altro rendendolo uguale e libero. Come Bede Jarrett,
il Provinciale della Provincia di Inghilterra, scrisse nel 1932:
"Oh, che dono di Dio è una cara amicizia! Non parlarne
male. Loda, piuttosto, il suo Fattore e Modello, il Santo Tre-in-Uno".(16) Se è davvero un'amicizia
che viene da Dio, ci spingerà in missione a predicare
la buona novella.
Il coronamento del nostro amore sarà la spoliazione.
Dobbiamo lasciare liberi quelli che amiamo, lasciarli essere
se stessi. Il mio amore per l'altro gli dà la libertà
di vivere la sua vita e mi lascia libero di dedicarmi alla missione
dell'Ordine? L'amore che nutro per questa donna, ad esempio,
l'aiuta a crescere nell'amore verso suo marito, o sto cercando
di legare la sua vita alla mia e di renderla dipendente da me?
Questo doloroso ma liberatorio distacco c'invita a renderci periferici
alla vita di quelli che amiamo. Dovremmo accorgerci che noi non
siamo al centro della loro vita, sicché essi ci dimenticano
e sono liberi per qualcun altro, liberi per Dio. Questa può
essere la cosa più difficile di tutte le altre, ma io
credo fermamente che essa può procurarci più gioia
di quanto possiamo descrivere e immaginare. È il momento
in cui il nostro costato rimane aperto perché possa da
esso fluire l'acqua della vita.
Un bell'esempio nella nostra tradizione domenicana è
sicuramente quello dell'amore tra il Beato Giordano di Sassonia,
successore di San Domenico come Maestro dell'Ordine, e la monaca
domenicana Beata Diana d'Andalò. È manifesto che
si amavano profondamente. Quanti Maestri dell'Ordine hanno scritto
con tale apertura d'animo a una donna? "Non sono vostro,
non sono con voi: vostro nel lavoro, vostro nel riposo; vostro
quando sono con voi, vostro quando sono lontano"? (17)
Ed è chiaro che essa gli aveva insegnato molto sul modo
di amare. Ma nelle sue lettere Giordano la dona sempre al Signore.
Egli è l'amico dello Sposo, il cui compito è di
condurre la sposa allo sposo.
"Pensa a Lui! Quello che vi manca perché io non
posso essere con voi, compensatelo con la compagnia di un migliore
amico, il vostro sposo Gesù Cristo che voi avete più
costantemente con voi in spirito e verità, e che vi parla
più dolcemente e per uno scopo migliore che Giordano".
(18)
Dobbiamo essere spogliati, in un certo senso, pure delle nostre
famiglie. Certo che ameremo i membri della nostra famiglia e
ci rallegreremo del loro amore per noi, ma una volta fatta la
professione nell'Ordine dovremmo essere liberi di andare dove
la missione dell'Ordine ha bisogno di noi, anche se fosse lontano
da dove essi abitano. Questo fa parte della nostra povertà.
Noi apparteniamo prima di tutto all'Ordine e alla predicazione
del Vangelo.
2.3. Sesso, corpi e desiderio
a) Un ideale irraggiungibile?
Questo è un bell'ideale, ma può sembrare lontano
e irraggiungibile. Mentre lottiamo con il desiderio sessuale,
con le sue fantasie e la sua brama di possedere, questa amicizia
disinteressata può sembrare al di là della nostra
portata. I mass media ci assicurano ogni giorno che questo ideale
è "irrealistico". Ma Dio non trasforma l'umanità
invitandoci a salire a fatica verso il cielo. La vita divina
discende fino a noi, in basso dove siamo, fatti di carne e sangue.
Gesù intíma a Zaccheo di scendere dall'albero e
di unirsi a lui al livello del suolo. La Parola si fa carne,
prende su di sé i nostri desideri, passioni e sessualità.
Per poter incontrare il Signore ed essere sanati, anche noi dobbiamo
incarnarci, nei corpi che siamo, con tutte le nostre passioni,
le nostre ferite e le nostre fami.
Cominciamo da chi e che cosa siamo. Quando riceviamo l'abito,
portiamo all'Ordine la nostra persona, che è il risultato
di una sua storia ed ha le sue ferite. È questa la persona
che il Signore ha chiamato, e non qualche essere umano ideale.
Veniamo con le ferite dell'esperienza passata, forse coi ricordi
non ancora sanati dei fallimenti in amore, dei maltrattamenti
subiti, della vita sessuale. Le nostre famiglie ci hanno insegnato
ad amare; possono anche averci inflitto delle ferite che hanno
bisogno di tempo per guarire. Per crescere nell'amore come quello
di Cristo ci vuole del tempo, e questo tempo ci è dato.
È un dono, e Dio ci elargisce i suoi doni col passare
del tempo. Gli ci vollero dei secoli per formare il suo popolo,
per prepararlo alla nascita di suo figlio. Dio ci dà la
vita con molta pazienza, non all'istante. Nell'accettare i suoi
doni, dobbiamo accettare anche il suo modo di darli, "non
come il mondo dà io do a voi" (Gv 14,27). Accettare
questo dono del tempo è forse specialmente importante
nella nostra società, nella quale l'adolescenza è
prolungata, e la maggior parte dei giovani arriva tardi alla
maturità. Dobbiamo cominciare con i nostri desideri, i
nostri appetiti, i nostri corpi. Non siamo né angeli né
bestie, ma carne, sangue e spirito, destinati al Regno. Ma, come
dice Pascal, se facciamo l'errore di pensare che siamo angeli,
allora diventeremo bestie.
b) Desiderio
"Toglierò dalla vostra carne il cuore di pietra
e vi darò un cuore di carne" (Ez 36,26). Se i nostri
cuori devono diventare di carne, i nostri desideri devono essere
trasformati.
Quali sono i desideri che formano il nostro cuore e che noi
nascondiamo agli altri e forse anche a noi stessi? "Nessuno
di noi è così trasparente a se stesso da sapere
bene dove sono fissi i nostri cuori".(19)
Fintanto che non guardiamo onestamente in faccia i nostri desideri
e non impariamo a desiderare come si deve, saremo sottoposti
al loro dominio e quindi loro prigionieri. Far questo è
specialmente difficile in una società che è dedita
a coltivare il desiderio. La nostra società sta morendo
non per la carestia ma per un eccesso di desiderio. Ogni annuncio
pubblicitario ci incoraggia a desiderare di più, senza
limiti, infinitamente. Il mondo sta struggendosi di un vorace,
smisurato desiderio, che può distruggerci tutti. Il desiderio
sessuale sfrenato è soltanto un sintomo di come ci viene
insegnato a guardare il mondo, quasi che fosse lì per
essere preso e consumato.
In primo luogo, quell'amore che è desiderio di amicizia
c'invita a guardare gli altri senza cercare di possederli. Ci
rallegriamo di loro senza cercarne il possesso. È difficile
arrivare a questa libertà del cuore se ci lasciamo sedurre
dalla cultura del mercato, per la quale ogni cosa è lì
per essere acquistata e usata, anche le persone. Così
la vera amicizia ci chiede di rompere con la cultura dominante
del nostro tempo. Dobbiamo imparare a guardare nel modo giusto,
con occhi limpidi che non si divorano a vicenda e non divorano
il mondo. S. Tommaso ha scritto: "Ubi amor, ibi oculus:
dove c'è amore, lì si posa l'occhio".(20)
Egli dice che quando concupiamo, guardiamo l'altro come il leone
guarda il cervo, come un pasto da divorare. L'amicizia è
perciò inseparabile dalla vera povertà del cuore.
William Blake domandava: "Può essere amore quello
che succhia l'altro come la spugna assorbe l'acqua?"(21)
Il risanamento del desiderio implica, insomma, un modo differente
di essere nel mondo, cioè la vera povertà. Ma che
specie mai di segno sarebbe la castità se noi rimaniamo
altrettanto avidi in altre maniere? Don Goergen ha scritto: "Se
io prendo parte ad una società consumistica, difendo il
capitalismo, tollero il maschilismo, credo che la società
occidentale è superiore alle altre, e sono sessualmente
astinente, sto semplicemente testimoniando quello a cui noi teniamo:
il capitalismo, il sessismo, l'arroganza occidentale e l'astinenza
sessuale. Quest'ultima non è per niente profondamente
significativa ed è comprensibilmente discutibile".(22)
Abbiamo anche bisogno di conoscere chiaramente la sessualità
e liberarci dalla mitologia della società contemporanea:
dobbiamo demitologizzare il sesso. Da una parte, la relazione
sessuale è vista come il massimo di tutti i nostri grandi
desideri di comunione e l'unico modo di sfuggire alla solitudine.
È stata detta l'ultimo sacramento della trascendenza che
resta, l'unico segno che esistiamo per l'altro, e perfino che
esistiamo pienamente. Non avere una relazione sessuale è
perciò essere mezzo morti. Dall'altra parte, la sessualità
è banalizzata. Una signora ha dichiarato recentemente
che per essa non è più importante che bere una
tazza di tè. È questa mescolanza di deificazione
della sessualità e della sua banalizzazione che rende
il celibato così difficile da sopportare. Ci viene detto
che dobbiamo avere dei rapporti sessuali e che possiamo averli
senza pensarci due volte. La rieducazione dei nostri cuore richiede
che noi conosciamo chiaramente la sessualità. È
doveroso un bel sacramento di comunione con l'altro, è
il dono di noi stessi, e quindi non può mai essere banalizzata.
Eppure ci sono altri modi coi quali possiamo amare pienamente
e completamente; sicché l'assenza di essa non ci condanna
all'isolamento e alla solitudine.
Infine, messi di fronte agli insaziabili desideri del mercato,
siamo invitati non a reprimere ma ad accrescere i nostri desideri,
Siamo persone appassionate, e soffocare tutte le passioni sarebbe
impedire la crescita della nostra umanità ed inaridirla.
Ci renderebbe predicatori di morte. Bisogna invece che si sia
liberi per avere desideri più profondi, per desiderare
la sconfinata bontà di Dio. Come Oshida, un domenicano
giapponese, chiediamo a Dio di rendersi irresistibile. I nostri
desideri possono traviarci, non perché chiediamo troppo,
ma perché ci siamo accontentati di troppo poco, di soddisfazioni
meschine. "Il nostro ideale non è affatto quello
di controllare i nostri appetiti, bensì di lasciarli correre
a briglia sciolta al seguito di un incontrollato appetito per
Dio".(23)
I cartelli pubblicitari che fiancheggiano le nostre strade
c'invitano a lottare gli uni contro gli altri, a metterci gli
uni gli altri sotto i piedi nel competere per soddisfare i nostri
illimitati desideri; invece il nostro Dio offre la soddisfazione
del nostro infinito desiderio liberamente e come dono. Desideriamo
dunque più profondamente. Una simile trasformazione del
desiderio richiederà di sicuro un po' di ascetismo. È
questa una conclusione che mi sono trattenuto a lungo a dedurre!
Domenico sicuramente conseguì la sua libertà, la
sua spontaneità, la sua gaiezza, in parte perché
era un uomo parco e sobrio, che mangiava e beveva poco. Egli
faceva festa coi suoi confratelli ma anche digiunava. C'è
un ascetismo che non è un rifiuto manicheo del mondo creato
da Dio, ma che ci insegna a trarre da esso un giusto piacere.
"Non si tratta di rinunciare al desiderio in se stesso -
che sarebbe inumano - ma alla sua violenza. Si tratta di morire
alla violenza del piacere, alla sua onnipotenza."(24)
La temperanza commisura I nostri appetiti ai bisogni reali del
nostro corpo, e in questo modo ci salva dagli inganni della fantasia
e della tirannia del desiderio.
c) Corpi
Io non posso avere un rapporto maturo con la mia sessualità
finché non imparo ad accettare i corpi umani, perfino
compiacermi in essi, nel mio corpo e in quello degli altri. Questo
è il corpo che io ho, ed è ciò che io sono,
diventando più anziano, più pingue, perdendo i
capelli, evidentemente mortale. Devo trovarmi a mio agio con
il corpo degli altri, i belli e i brutti, i malati e i sani,
i vecchi e i giovani, maschi e femmine. San Domenico fondò
l'Ordine per salvare gli uomini dalla tragedia di una religione
dualista, che condannava come cattivo questo mondo creato. Centrale
alla nostra tradizione fin dall'inizio, è l'apprezzamento
della corporeità. E' qui che Dio viene ad incontrarci
e a redimerci, divenendo un essere umano di carne e sangue come
noi. Il sacramento centrale della nostra fede è la partecipazione
al suo corpo; la nostra speranza finale è la risurrezione
del corpo. Il voto di castità non è un rifugio
dalla nostra esistenza corporale. Se Dio è divenuto carne
e sangue, anche noi possiamo osare di fare lo stesso.
Scopriamo ciò che significa per noi essere corporali
in quel crescendo della vita di Gesù, quando ci offre
il suo corpo: "Questo è il mio corpo, dato per voi".
Qui vediamo che il corpo non è un cumulo di carne, un
fascio di muscoli, sangue e grasso. L'Eucarestia ci mostra la
vocazione dei nostri corpi umani: divenire dono reciproco, la
possibilità di comunione.
L'immensa sofferenza del celibato è che rinunciamo
a un momento di intensa corporeità, quando il corpo è
dato l'uno all'altro, senza riserve. Qui il corpo è visto
nella sua profonda identità, non come un cumulo di carne,
ma come un segno sacramentale di presenza. L'atto sessuale esprime,
rende carne e sangue, quel nostro profondo desiderio di compartecipare
la nostra vita. Ecco perché è il sacramento dell'unione
di Cristo con la Chiesa. Anche noi religiosi, con la nostra corporeità,
possiamo rendere Cristo presente a modo nostro. Il predicatore
porta la Parola alla sua espressione non già mediante
le parole, ma per mezzo di tutto ciò che noi siamo. La
compassione di Dio cerca di divenire carne e sangue in noi, nella
nostra tenerezza, perfino nel nostro volto.
Nell'Antico Testamento, spesso troviamo la preghiera che il
volto di Dio possa risplendere su di noi. Questa preghiera ha
trovato una risposta definitiva nella forma di un volto umano,
il volto di Cristo. Egli sofferma il suo sguardo sul giovane
ricco, lo ama e gli chiede di seguirlo; sofferma il suo sguardo
su Pietro, nell'atrio, dopo il suo tradimento; sofferma il suo
sguardo su Maria Maddalena nel giardino e la chiama per nome.
Come predicatori, in carne e sangue, possiamo dare corpo a quel
compassionevole sguardo di Dio. La nostra corporeità non
è esclusa dalla nostra vocazione. "L'uomo che è
sia predicatore che fratello può imparare, soffrendo e
probabilmente attraverso tanti diseguali progressi, ciò
che significa essere un volto di Dio, precisamente nell'avere
un volto umano, un volto che può sorridere, ridere, piangere
e sembrare annoiato... E' nell'intera nostra unicità e
individualità, eternamente valida e desiderata da Dio,
che noi siamo pure la rivelazione, la manifestazione, l'espressione
di Colui che è l'Unico Verbo scaturito da tutta l'eternità
dal silenzio di Dio".(25)
La vera purezza di cuore non consiste nell'essere liberi dalla
contaminazione di questo mondo. E' più nell'essere pienamente
presenti in ciò che facciamo e siamo, con un volto e un
corpo che esprime noi stessi, al di là dell'inganno e
della doppiezza. I puri di cuore non si nascondono dietro i loro
volti, con fare guardingo. I loro volti sono trasparenti, non
mascherati, con la nudità e la vulnerabilità di
Cristo. Essi possiedono la sua libertà e spontaneità.
"Solo chi ha un cuore puro, può sorridere in una
libertà che crea libertà negli altri".(26)
d) Procreabilità
Forse più di ogni altra cosa, ho sofferto la mancanza
di non aver figli. E se io, come uomo, avverto questo, allora
cosa può voler dire per una donna non aver partorito?
Questo è un desiderio fondamentale che dobbiamo riconoscere.
Eppure se la nostra vita apostolica viene afferrata dal fertile
amore di Dio per l'umanità, allora porteremo frutto. Maestro
Eckhart afferma che l'amore di Dio in noi è verde e fertile.
Dio è in noi come "sempre verdeggiante e fiorente
in tutta la gioia e gloria che Egli è in se stesso".(27) "Lo scopo principale di
Dio è dare vita. Non è mai contento finché
il Figlio non è generato in essa".(28)
Appartiene al nostro amore per i confratelli e consorelle,
il fatto di aiutarli a portare frutto. La vita apostolica non
è semplicemente una questione di lavoro incessante. Se
il nostro apostolato è vivo per l'abbondanza della stessa
vita di Dio, allora parteciperemo alla Sua creatività.
Ma essere genitore è vivere nella gioia e sofferenza
di lasciare partire i propri figli. La consumazione di essere
genitore è di dare ai propri figli la loro libertà,
e di lasciarli costruire una vita che è diversa da quella
che noi abbiamo sperato per loro. Anche noi dobbiamo lasciar
partire ciò che noi facciamo nascere. Sappiamo che abbiamo
davvero portato frutto, quando i progetti che abbiamo iniziato,
e per i quali abbiamo dato la vita, decollano in nuove direzioni,
per finire nelle mani di altri. E' duro, ma la generosità
dei genitori è dare libertà ai propri figli.
2.4 Come possiamo sostenerci a vicenda?
Se lasciamo che l'amore, che è Dio, ci tocchi, allora
diventeremo lentamente vitali. Può sembrare più
sicuro rimanere freddi, invulnerabili, intoccabili. E così?
"La natura aborrisce il vuoto. Cose terribili possono accadere
ad un uomo dal cuore vuoto. In ultima analisi, è meglio
correre il rischio di uno scandalo occasionale che di avere un
monastero - un coro, un refettorio, una camera di ricreazione
- piena di uomini morti. Nostro Signore non ha detto: «Sono
venuto, perché abbiamo sicurezza e l'abbiano in abbondanza.»
Alcuni di noi darebbero davvero qualsiasi cosa per sentirsi sicuri,
in questa vita e nell'altra, ma noi non possiamo averla in entrambi
i casi: sicurezza o vita, dobbiamo scegliere".(29)
Se scegliamo la vita, allora avremo bisogno di comunità
che ci sostengano come esseri viventi, che ci aiutino a crescere
in un amore che è veramente santo, condividendo la comunicazione
della Parola di Dio.
a) Comunità di speranza
Soprattutto dobbiamo offrirci a vicenda speranza e misericordia.
Sovente siamo attirati all'Ordine perché ammiriamo i Frati.
Noi speriamo di diventare come loro. Presto però scopriremo
che essi sono in realtà proprio come noi, fragili, peccatori
ed egoisti. Questo può essere un momento di profonda delusione.
Ricordo un novizio che si lamentava di questa amara scoperta.
Il maestro dei novizi gli rispose: "Sono felice di sapere
che non ci ammiri più. Adesso c'è la possibilità
che arriverai per amarci." Il mistero redentivo dell'amore
di Dio lo si vede non in una comunità di eroi spirituali,
ma di confratelli e consorelle, che si incoraggiano a vicenda
nel cammino verso il Regno con speranza e misericordia. Il Signore
Risorto appare nel mezzo di una comunità di uomini timidi
e deboli. Se desideriamo incontrarlo, dobbiamo osare di essere
lì con loro. Giordano di Sassonia scrisse ai confratelli
di Parigi, che ovviamente erano proprio come noi: "E' impossibile
che Gesù si mostri a coloro che si separano dall'unità
della Fraternità: a Tommaso, per non essere stato presente
assieme agli altri discepoli quando Gesù venne, fu negata
la possibilità di vederlo; e tu ti ritieni più
santo di Tommaso?"(30)
Abbiamo bisogno delle nostre comunità soprattutto se
manchiamo di carità. Possaimo mancare perché entriamo
in un periodo di sterilità, quando ci accorgiamo di essere
incapaci di qualsiasi affetto, quando il nostro cuore di carne
è stato sostituito da un cuore di pietra. Allora ne sentiamo
il bisogno per credere che:
"Nascosto nel profondo di noi stessi,
- sebbene fummo traditori o corruttibili -
nascosto nel profondo di noi stessi
il seme dell'amore rimane."(31)
Le nostre comunità devono essere luoghi nei quali non
vi sono accuse, "poiché l'accusatore dei nostri fratelli
è stato precipitato" (Apoc 12,10). Noi possiamo peccare
e capire che abbiamo distrutto la nostra vocazione, e che dobbiamo
lasciare l'Ordine con vergogna. Allora i nostri confratelli e
consorelle possono dover credere per noi nella misericordia di
Dio, quando noi possiamo trovarlo duro il crederlo per noi stessi.
Se Dio può far fiorire l'albero morto del Golgota, allora
può trarre frutto dai miei peccati. Possiamo aver bisogno
dei nostri confratelli per credere, quando noi non ci riusciamo,
che qualche insuccesso non è poi la fine, ma che Dio nella
sua infinita fertilità può renderlo parte del nostro
pellegrinaggio verso la sanità. Anche i nostri peccati
possono far parte dei nostri incerti tentativi di amare. Tutti
quegli anni di avventure sessuali da parte di Agostino furono
forse parte della sua ricerca di Colui che era il più
amato, e la castità non fu la cessazione, ma la consumazione
del suo desiderio.
b) Comunità e orientamento sessuale
E' qui che le differenze culturali si possono vedere in modo
lampante. E' necessaria una grande delicatezza, se dobbiamo evitare
sia di scandalizzare che di ferire i nostri confratelli e consorelle.
In alcune culture, l'ammissione di persone di orientamento omosessuale
alla vita religiosa è virtualmente impensabile. In altre
la si accetta senza obiezioni. E' probabile che qualsiasi cosa
che venga scritta a proposito di questo argomento, venga esaminata
per vedere se si è 'a favore' o 'contro' l'omosessualità.
Questo è un problema sbagliato. Non tocca a noi dire a
Dio chi egli possa o non possa chiamare alla vita religiosa.
Il Capitolo Generale di Caleruega affermò che le stesse
richieste di castità si applicano a tutti i confratelli
di qualsiasi orientamento sessuale, per cui nessuno può
venire escluso per questo motivo. Ci fu un grosso dibattito a
Caleruega su questa questione, e sono sicuro che continuerà.
Come possono le nostre comunità appoggiare e sostenere
i confratelli, quando questi affrontano il problema del loro
orientamento sessuale? Dobbiamo dapprima riconoscere che questo
tocca profondamente il nostro stesso senso di chi noi siamo.
Perciò questo è un problema delicato e importante
per molti giovani che entrano a far parte dell'Ordine, per due
ragioni. Anzitutto vi è spesso una fame profonda di identità.
Per molti giovani la domanda che stronca è: "Chi
sono io?" In secondo luogo, a causa della prolungata adolescenza
che caratterizza oggi molte culture, il problema dell'orientamento
sessuale è sovente non risolto fino a tardi. Qualche volta
riceviamo richieste di dispensa da confratelli, perché
solo tardi nella vita hanno capito che sono fondamentalmente
eterosessuali e perciò atti al matrimonio.
Se un confratello arriva a credere di essere omosessuale,
allora è importante che conosca che è accettato
e amato così com'è. Può vivere nel terrore
del rifiuto e dell'accusa. Ma questa accettazione è pane
per il viaggio, verso la scoperta di una identità più
profonda, come figlio di Dio. Perché nessuno di noi, eterosessuali
o omosessuali, può trovare la propria identità
più profonda nel proprio orientamento sessuale. Chi noi
siamo nel più profondo di noi stessi, dobbiamo scoprirlo
in Cristo. "Carissimi, noi ora siamo figli di Dio; però
non appare ciò che saremo, ma sappiamo che quando egli
apparirà, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo
così come egli è" (1 Gv 3, 2). Mediante i
nostri voti, noi ci impegniamo a seguire Cristo, e a scoprire
la nostra identità in lui. Appartiene alla nostra povertà
di essere trasportati al di là di queste minute identità.
"Alla radice di ogni altra possessività vi è
il desiderio possessivo ultimo di essere se stesso: il desiderio
che ci sia al centro di me stesso non quell'innominabile abisso,
nel quale come in un vuoto, il Dio senza nome è inevitabilmente
tratto, ma una identità che io possiedo, una identità
che è definita dal mio possesso di essa"(32).
Qualsiasi confratello che renda il proprio orientamento sessuale
centrale alla sua identità pubblica, fraintenderebbe chi
egli è nel più profondo di se stesso. Si fermerebbe
su una strada laterale, mentre è chiamato a dirigersi
verso Gerusalemme. Ciò che è fondamentale è
che possiamo amare e così essere figli di Dio, non verso
chi siamo sessualmente attratti. Ma questo non concerne solo
il senso personale di identità di un individuo. Abbiamo
una identità come confratelli e consorelle, gli uni verso
gli altri. Siamo responsabili per le conseguenze verso i nostri
confratelli di come noi ci presentiamo, specialmente in un'area
così delicata come quella dell'orientamento sessuale.
Per cui, ogni confratello deve essere accettato così
com'è. Ma l'emergere di qualsiasi sottogruppo all'interno
di una comunità, basato sull'orientamento sessuale, risulterebbe
altamente discriminatorio. Può minacciare l'unità
della comunità; può rendere più dura per
i confratelli la pratica della castità che abbiamo professato.
Può far pressione sui confratelli a pensare di se stessi
in un modo che non è centrale alla loro vocazione come
predicatori del Regno, e che forse possono alla fine scoprire
come non autentico.
c) Innamoramento
Per quanto noi presentiamo l'amicizia come una suprema rivelazione
di quell'amore che è la vita stessa di Dio, è pur
sempre possibile innamorarsi, e questa può essere una
delle esperienze più significative della nostra vita.
Una delle prime domande in pubblico che mi fu rivolta dopo la
mia elezione a Maestro, in un incontro con una moltitudine di
studenti domenicani filippini, fu: "Timoteo, non ti sei
mai innamorato?". E la seconda domanda fu: "Successe
prima o dopo il tuo ingresso nell'Ordine?". Se questo succede,
allora abbiamo davvero bisogno dell'appoggio e dell'amore delle
nostre comunità.
Per un confratello o consorella che ha fatto professione di
vivere nell'Ordine, innamorarsi è quasi certamente un
momento di crisi. Ma come fra Jean-Jacques Pérennès
spesso ci ricorda nel Consiglio Generalizio, una crisi è
un momento di opportunità. Può essere fruttuosa.
Qualsiasi esperienza d'amore può essere un incontro col
Dio che è amore. Innamorarsi può essere il momento
in cui il nostro egocentrismo è messo allo scoperto, e
noi ci accorgiamo che non siamo il centro del mondo. Può
demolire, almeno per un certo tempo, quella preoccupazione di
sé che ci uccide. Innamorarsi è "per molte
persone l'esperienza più straordinaria e rivelatrice della
propria vita, per mezzo della quale il centro del significato
è improvvisamente spogliato del proprio sè, e l'ego
sognatore è colpito dalla consapevolezza di una realtà
completamente separata".(33)
Una volta che noi siamo passati attraverso questo profondo
'non egoismo', allora non possiamo continuare a vivere come se
nulla fosse accaduto. Non possiamo pretendere di non aver mai
incontrato questa persona, e che possiamo far ritorno alla nostra
vita precedente come se nulla fosse successo. E questa può
essere una ragione per cui un confratello, che si innamora, può
chiedere la dispensa dai voti, perché quella vecchia vita
per cui si era impegnato, è finita.
Quando Thomas Merton, Cistercense americano, era al vertice
della sua fama come scrittore di vita spirituale, si innamorò
profondamente di una infermiera che l'aveva curato in un ospedale.
Scrisse nel suo diario che "si sentiva tormentato dalla
graduale consapevolezza che si amavano e non sapevo come avrei
potuto vivere senza di lei".(34)
Come Otello dice di fronte alla perdita della sua cara Desdemona,
ella è "dove io ho deposto il mio cuore, dove debbo
vivere o non vivere, la fonte da cui scaturisce la mia corrente,
o al contrario la siccità".
Noi non possiamo immaginare una vita separata dalla persona
che amiamo, e per questo dobbiamo pregare per il dono di una
vita che davvero non siamo in grado di immaginare, una vita che
può solo giungere come un dono da Dio. Sulla croce, Gesù
non attende nessuna vita immaginabile, soltanto la vita inesprimibile
e sovrabbondante che il Padre gli darà. Allora non possiamo
costruire una vita. Deve essere data.
E' davvero durissimo rimetterci nelle mani del Padre in questo
momento, confidando che questa morte dia adito alla risurrezione.
Come mai in precedenza, abbiamo bisogno dei nostri amici, confratelli
e consorelle, che esercitino la loro fede per noi quando noi
non ci riusciamo, perché in questo deserto possiamo incontrare
il Signore della vita. Forse non ci siamo mai sentiti prima così
vivi e vitali. Possiamo avvertire che questo amore è quello
che abbiamo cercato per tutta la vita. Come possiamo correre
il rischio di perderlo? Possiamo diventare aridi, di malumore
e frustrati! A questo punto dobbiamo confidare che, se rimaniamo
fedeli ai nostri voti, allora anche Dio rimarrà fedele.
Riceveremo vita in abbondanza. Il biografo di Merton afferma
che alla fine l'esperienza del suo innamoramento assicurò
a Merton "una liberazione interiore, che gli diede un nuovo
senso di certezza, fiducia, sicurezza, nella sua vocazione e
nel profondo di sé".(35)
Può sembrare che io stia suggerendo che tale esperienza
sia quasi un passo necessario sulla via del nostro sviluppo spirituale.
Non sto affatto dicendo questo. "Nessuno ha un amore maggiore
di questo: dare la propria per gli amici". Come religiosi
ci impegniamo a ricevere la pienezza di vita nel mistero di quella
amicizia non possessiva. Anche noi sacerdoti e religiosi possiamo
infliggere un danno terribile a noi stessi e ad altri, quando
ci innamoriamo. Possiamo essere visti da altri come 'al sicuro'
e considerare noi stessi 'al sicuro'. Possiamo facilmente abusare
di altri indulgendo in una forma di 'turismo sentimentale', che
ci lascia liberi di far ritorno alla nostra comunità quando
le cose si fanno pericolose, ma forse lasciando lesa l'altra
persona, e la sua fiducia nella Chiesa, e anche in Dio, minata
per sempre.
d) Il deserto della solitudine
Nella nostra crescita come persone capaci di amore, ci tocca
a volte di dover passare attraverso il deserto. Questo perché
ci sentiamo incapaci di amare, o perché ci innamoriamo,
o forse manchiamo ai nostri voti. Se la vita apostolica ci conduce
al disorientamento del Gethsemani, dove la vita perde ogni significato,
allora una crisi d'amore può metterci a confronto con
la solitudine della croce.
L'esperienza della solitudine rivela una fondamentale verità
a proposito di noi stessi, cioè che da soli siamo incompleti.
Contrariamente alla concezione dominante di gran parte della
società occidentale, noi non siamo esseri autosufficienti,
autonomi. La solitudine rivela che io non posso essere vivo,
non posso essere da me stesso. Io esisto solo attraverso le mie
relazioni con gli altri. Da solo io muoio. Questa solitudine
rivela un vuoto, una mancanza al cuore della mia vita. Possiamo
essere tentati di colmarlo con molte cose, cibo, bevande, sesso,
potere o lavoro. Ma il vuoto rimane. L'alcool o qualsiasi altra
cosa è puramente una sete dissimulata di Dio. Ho il sospetto
che non possiamo riempirlo nemmeno con la presenza di altre persone.
Una stanza piena di persone solitarie non cambia nulla. "La
cosa tremenda di questa solitudine si mostra precisamente nel
fatto che tutti l'avvertono, ma nessuno è in grado di
alleviarla".(36) Quando
Merton si innamorò, scoprì che ciò che cercava,
era forse non la sua amata, ma una soluzione al vuoto al centro
del suo cuore. Lei era "la persona il cui nome tentavo di
usare come qualcosa di magico per spezzare la presa della tremenda
solitudine del mio cuore". (37)
In ultima analisi sospetto che questa solitudine non debba
semplicemente essere sopportata. Deve essere vissuta come un
ingresso nella solitudine di Cristo, nella sua morte, che porta
e trasforma ogni umana solitudine. "Mio Dio, mio Dio, perché
mi hai abbandonato?" Se noi facciamo così, allora
il velo del tempio si scinderà nel mezzo e noi scopriremo
quel Dio che è al centro del nostro essere, che ci garantisce
l'esistenza ad ogni momento: "Tu autem eras interior intimo
meo", "Tu sei più vicino a me di quanto non
lo sia io a me stesso".(38)
Se noi prendiamo su noi stessi la croce della solitudine e camminiamo
con essa, allora apparirà che la concezione moderna del
sé non è vera. La più profonda verità
su noi stessi è che non siamo soli. Nel punto più
profondo del mio essere c'è Dio che mi dà l'abbondanza
della vita. Santa Caterina descrive se stessa nel Dialogo come
"colei che abita nella cella della conoscenza di sé
per conoscere meglio la bontà di Dio verso di lei".
La profonda conoscenza di sé rivela non il sé solitario
della nostra epoca, ma l'individuo la cui esistenza è
inseparabile da quel Dio che ci dona la vita in ogni istante.
Se possiamo entrare in questo deserto e incontrarvi Dio, diventeremo
allora liberi di amare disinteressatamente, liberamente, senza
dominio o manipolazione. Saremo in grado di vedere gli altri
non come soluzione ai miei bisogni o risposte alla mia solitudine,
ma semplicemente lì per dilettarsi. "Perciò
rimanete tranquilli e non agitatevi a motivo del vostro vuoto".
E' stato ai piedi della croce, dove Gesù ha consegnato
sua madre al discepolo amato e viceversa, che la comunità
della Chiesa è nata.
3. VITA DI PREGHIERA
"Vi ho chiamato amici, perché tutto
ciò che ho udito dal Padre ve l'ho fatto conoscere"
(Gv 15, 15)
La persona, che è toccata dall'abbondanza di vita ama
disinteressatamente, spontaneamente, gioiosamente. Il suo cuore
di pietra diventa un cuore di carne. Questa profonda trasformazione
della nostra umanità implica, secondo la nostra tradizione,
sia lo studio che la preghiera. Giordano di Sassonia ci dice
che ci sono entrambi necessari come il cibo e la bevanda. Mediante
lo studio noi rimodelliamo il cuore umano. Scopriamo quella "illuminazione
intellettuale che si effonde nell'affetto del cuore".(39) Sia lo studio che la preghiera
appartengono alla vita contemplativa, a cui sono chiamati tutti
i Domenicani. Ma vi risparmierò altre ulteriori riflessioni
sullo studio, poiché ho già scritto una lettera
in proposito. Vi sottoporrò alcuni pensieri sulla preghiera
e la pienezza di vita.
3.1 Comunità della Parola
Al termine di molte visite, il visitatore farà alcune
osservazioni edificanti circa la necessità di pregare
di più. Saggiamente noi accenneremo di sì e faremo
vaghi propositi. Si ha l'impressione che ciò che è
in palio, è come queste ossa aride rivivranno?
Quando nasce un bambino, i suoi genitori cominciano immediatamente
a parlargli. Molto prima che possa capire, un bambino è
nutrito di parole, lavato e calmato con parole. La madre e il
padre non parlano al loro bambino allo scopo di comunicargli
informazioni. Lo introducono nella vita. Diventa umano in questo
mare di linguaggio. Lentamente potrà trovare un posto
nell'amore che i suoi genitori si scambiano. Cresce in una vita
che è umana..
Anche noi siamo trasformati quando ci immergiamo nella Parola
di Dio, a noi rivolta. Non leggiamo la Parola per cercarvi informazioni.
La ponderiamo, la studiamo, la meditiamo, ci viviamo, la mangiamo
e beviamo. "Queste parole che oggi io ti comando, saranno
nel tuo cuore; tu le insegnerai con cura ai tuoi figli, ne parlerai
quando siedi in casa tua, quando cammini per strada, quando dormi
e quando ti alzi" (Deut. 6,6s). Questa parola di Dio opera
in noi, rendendoci umani, portandoci alla vita, ci forma in quell'amicizia
che è la vita stessa di Dio. Come Giordano scrisse a Diana
nella sua lettera di Natale del 1229: "Rileggi questa Parola
nel tuo cuore, rigirala nella tua mente, ti sia dolce come miele
sulle tue labbra; meditala, vivici, perché possa abitare
con te e in te per sempre."(40)
Alcuni miei amici adottarono un bambino. Lo trovarono nella
corsia di un grande ospedale a Saigon: un orfanello della guerra
in Vietnam. Durante i primi mesi, nessuno nella corsia aveva
avuto il tempo di guardarlo o di parlargli. Era cresciuto incapace
di sorridere. Ma i suoi genitori adottivi gli parlarono e gli
sorrisero, con la costanza dell'amore. Ricordo il giorno in cui
per la prima volta ricambiò il sorriso. La Parola di Dio
ci nutre, per cui diventiamo vivi, umani, e perfino in grado
di ricambiare il sorriso con Dio. Una comunità che offre
vita, sarà quella in cui troviamo la Parola di Dio custodita
con amore e partecipata. Non è sufficiente recitare un
maggior numero di preghiere. Queste possono soffocarci, specialmente
se recitate a grande velocità. Quando Domenico pregava,
assaporava la parola di Dio, "gustando le parole di Dio
nella sua bocca e, quasi, godendole nel recitarle a se stesso"
(Quinto modo), come qualcuno gusta un buon vino francese. Alberto
Magno dice che noi abbiamo bisogno "di essere nutriti spesso
della dolcezza (dulcedo) della parola di Dio".(41)
Allorché il bambino si nutre delle parole dei genitori,
compie allora la scoperta liberatrice e terrificante che lui
non è il centro del mondo. Dietro il seno vi è
la madre. Non tutto è al suo comando. Scopre se stesso
come parte della comunità umana. Nella conversazione dei
nostri genitori, scopriamo un mondo a cui possiamo appartenere.
Così pure noi, quando siamo nutriti dalla Parola di Dio,
siamo portati in un mondo più vasto. Il buon pastore,
che è venuto perché abbiamo la vita e più
in abbondanza, è colui che apre la porta, perché
noi possiamo uscire e trovare grandi spazi aperti. Nella preghiera
noi operiamo un esodo, al di là del minuscolo guscio della
nostra auto-ossessione. Entriamo nel più vasto mondo di
Dio. La preghiera è una "disciplina che mi blocca
dal ritenermi in modo scontato come il centro di un piccolo universo,
e mi permette di trovare, perdere e ritrovare me stesso costantemente
nei disegni intessuti di un mondo che io non ho fatto e non controllo".(42)
Il bambino matura nella conversazione dei suoi genitori, e
scopre che non è solo. Così noi pure siamo introdotti
nell'amicizia di Dio, e guariamo dall'auto-ossessione e iniziamo
a intravedere il mondo reale. Yeats scrisse: "Abbiamo nutrito
il cuore di fantasie; con quel cibo il cuore si è fatto
brutale".(43) La preghiera
guarisce il nostro cuore di fantasia. San Tommaso dice che recitare
il Padre Nostro "dà forma a tutta la nostra vita
affettiva".(44) Pregando
che sia fatta la volontà di Dio e che il suo Regno venga,
il nostro cuore viene ricreato.
Quando noi siamo liberati dalle nostre auto-ossessive fantasie
ed entriamo nel più vasto mondo di Dio, scopriamo che
altri soffrono violenza e dolore. Il fra Vincent de Couesnongle
parlava della "contemplazione della strada". Per Domenico,
gli afflitti e gli oppressi "fanno parte del 'contemplata'
nel 'contemplata aliis tadere'... La ferita della conoscenza
che dilata la mente e il cuore di Domenico nella contemplazione,
permettendogli una tremenda libertà di sperimentare la
sofferenza del suo prossimo e le necessità del suo prossimo,
non può essere giustificata semplicemente dall'osservazione
di certi numerosi ricordi di sofferenza o dalla sua propria compassione
naturale"(45). Si tratta,
dice fra Paul Murray, di una "ferita contemplativa".
Ecco perché la vita contemplativa si trova al centro di
ogni ricerca per un mondo più giusto. La contemplazione
ci rende capaci di vedere disinteressatamente.
3.2 Comunità di celebrazione e silenzio
Crescendo, il bambino smetterà di strillare e diventerà
capace sia di esprimersi che di stare zitto. Imparerà
sia a parlare che ad ascoltare. Così pure per noi, formare
comunità di preghiera implica qualcosa di più che
aggiungere un altro salmo ai vespri. Dobbiamo creare ambienti,
nei quali possiamo sia parlare che ascoltare, gioire e far silenzio.
Questo è l'ecosistema di cui abbiamo bisogno, se dobbiamo
rifiorire.
Nella tradizione Domenicana, parlare a Dio è prima
di qualsiasi altra cosa chiedere ciò di cui abbiamo bisogno.
Questo non è puerile, ma realismo. Dimostra che ci stiamo
svegliando dal piccolo mondo fantasioso del mercato, nel quale
tutto è in vendita, e riconosciamo che nel mondo reale
ogni cosa è un dono da parte di Colui che è la
"sorgente di tutto ciò che è bene per noi"(46) Quando cominciamo a chiedere,
siamo sulla via della maturità. Quando preghiamo insieme,
osiamo chiedere a Dio quello che più profondamente desideriamo?
Oppure ci limitiamo a recitare alcune petizioni offerte dal breviario?
L'esodo dall'Egitto dell'auto-ossessione è un momento
di estasi. Siamo liberati dal piccolo mondo, buio e contratto,
dell'ego. Come Miriam dopo la traversata del Mar Rosso, saremo
certamente esuberanti. Esultiamo per essere entrati nei grandi
spazi aperti dell'amicizia di Dio. Davide danzò selvaggiamente
davanti all'arca; Maria esultò nel Signore, per le meraviglie
da Lui operate in lei. La preghiera del predicatore dovrebbe
sicuramente essere esultante, estatica. Siamo chiamati "a
lodare, benedire, predicare". Quando i salmi dicono, "Cantiamo
un canto nuovo al Signore", allora facciamolo davvero! Domenico
era esuberante nella preghiera. Faceva uso di tutto il suo copro,
allargando le braccia, giacendo sul suolo, genuflettendo e facendo
notevole rumore. Tutto il corpo è salvato per grazia e
perciò prega. Alcuni dei miei più bei ricordi di
orazione sono con i confratelli. Ripenso all'estatica Eucarestia
celebrata a Haiti, in mezzo alla povertà e alla violenza,
alla danza e canti delle nostre consorelle Zulu in Sudafrica,
al canto meraviglioso e appassionato della Vigilia Pasquale a
Cracovia, ai mortaretti e ai gong un anno dopo a Taiwan. Celebriamo
la liturgia, esultiamo insieme nel Signore, che ha fatto cose
meravigliose per noi? La consideriamo puramente un obbligo da
soddisfare? Certo è un obbligo, quell'obbligo solennissimo
che proviene dall'amicizia. Ci piace fare qualcosa per gli amici.
Eckhart scrisse che "il più alto e nobile raggiungimento
in questa vita è di rimanere in silenzio e far sì
che Dio operi e parli internamente".(47)
Non c'è amicizia senza silenzio. Se uno non ha imparato
a fermarsi, a rimanere in silenzio e ad ascoltare l'altro, si
rimane bloccati nel proprio piccolo mondo, di cui si è
il centro e il solo vero abitante. Nel silenzio noi facciamo
la scoperta meravigliosa e liberatrice che non siamo degli dei,
ma semplici creature.
Vi sono vari tipi di silenzio. Vi è il silenzio delle
donne al sepolcro, le quali "non dissero nulla a nessuno,
perché avevano paura" (Mc 16,8). E' il silenzio col
quale noi escludiamo ciò che è completamente inaspettato,
il nuovo, l'impensabile. E' il silenzio per mezzo del quale respingo
parole sgradite che possono turbare la mia pace mentale. E vi
è il silenzio dei discepoli in cammino verso Emmaus, mentre
ascoltano il Signore che spiega loro le Scritture. In quel momento
non dicono nulla, ma poi esclamano: "Non ci ardeva il cuore
nel petto, mentre Lui ci parlava per via, mentre ci apriva il
senso delle Scritture?" (Lc 24, 32). Fra Paul Philibert,
OP, ha definito preghiera la nostra apertura alle segrete iniziative
di Dio. In quel silenzio vulnerabile Gli permettiamo di operare
cose nuove e inaspettate. Ci disponiamo a meravigliarci della
novità del Dio delle sorprese: "Ecco Io faccio nuove
tutte le cose" (Apoc 21,5).
Questo è il silenzio che prepara la strada alla parola
della predicazione. Ignazio di Antiochia ha detto che il Verbo
uscì dal silenzio del Padre. Era una Parola forte, chiara,
decisiva e verace, perché era nata nel silenzio. "Non
era Sì e No; ma in lui fu sempre un sì. Perché
tutte le promesse di Dio trovano il loro Sì in lui"
(2 Cor 1,19s). Sovente le nostre parole perdono di autorevolezza,
perché sono sì e no; insinuano e sgomitano; sono
colorate da allusioni e ambiguità, contengono frecciatine
e piccoli risentimenti. Dobbiamo creare quel silenzio in cui
le parole vere possono essere concepite e partecipate.
Come possiamo riscoprire un tale silenzio in noi stessi e
nelle nostre comunità? Secondo la mia esperienza, non
c'è altro modo che trovare semplicemente il tempo di rimanere
in silenzio alla presenza di Dio ogni giorno (cf. LCO 66,11).
Questa è la disciplina che io ho cercato e eluso, raggiunto
e lasciatomi sfuggire sin da quando sono entrato nell'Ordine.
Trascorro la maggior parte del tempo pensando al cibo e ai fax.
Per questo silenzio contemplativo abbiamo bisogno dell'aiuto
vicendevole. Abbiamo bisogno di comunità che ci aiutino
a crescere in un tranquillo silenzio. Un monaco buddista disse
a Merton: "Prima di saper meditare, devi imparare a non
sbattere le porte". Chiunque vive accanto a me, sa che non
ho ancora assimilato quell'arte! Ogni comunità ha bisogno
di riflettere su come può creare tempi e spazi di silenzio.
Questo non è il silenzio depressivo della camera mortuaria
che qualcuno a volte ha trovato in passato, il silenzio che emargina
gli altri. Abbiamo fame di un silenzio che prepara alla comunicazione,
piuttosto che rifiutarla. E' il silenzio ristoratore che viene
prima e dopo aver scambiato una parola, piuttosto che il silenzio
imbarazzato di coloro che non hanno niente da dirsi. Quando ero
piccino, io e il mio fratellino spesso andavamo nei boschi, per
osservare animali e uccelli. Il segreto era di rimanere zitti
insieme. Era una comunione nell'attenzione compartecipata. Forse
possiamo trovare quel silenzio, allorché ci mettiamo in
comune ascolto della parola che può nascere.
3.3 Il deserto della morte e risurrezione
Gesù ci invita ad avere la vita e in abbondanza. Questa
è la buona novella che noi predichiamo. Eppure abbiamo
visto che nel rispondere a quell'ingiunzione, possiamo trovarci
come condotti nel deserto. Come predicatori della parola, possiamo
scoprire che non abbiamo nessuna parola da offrire, che niente
non ha più senso. Come coloro che predicano l'amore di
Dio, scopriamo di essere desolati, soli e abbandonati. Come coloro
che sono invitati a ritrovare se stessi nella vita stessa di
Dio, saremo messi a confronto con la nostra mortalità.
Siamo creature e non dei, e dobbiamo morire. Allora possiamo
gridare come gli Israeliti a Mosé: "E' perché
non ci sono tombe in Egitto che ci hai portati fuori a morire
nel deserto?" (Es 14,11). Dobbiamo allora "rimanere
saldi e non tentennare nel nostro vuoto", confidando che
la vita ci verrà data.
Come dobbiamo sostenerci e incoraggiarci a vicenda di fronte
alla morte? Anzitutto dobbiamo stimolarci a vicenda con la libertà
di Gesù. Sapendo che il Figlio dell'uomo doveva morire,
si voltò per andare a Gerusalemme. Questa è la
libertà che io ho visto a volte nei confratelli e consorelle,
nel sacrificio della loro vita. Negli anni prima che fosse assassinato,
fra Pierre Claverie, OP, vescovo di Oran in Algeria, prese la
strada per Gerusalemme, quando rifiutò di cedere alle
minacce e di lasciare il suo popolo. Nel 1994 disse in una predica:
"Ho militato per il dialogo e l'amicizia tra le persone,
le culture, le religioni. Tutto questo merita probabilmente la
morte e io sono pronto a correrne il rischio".(48)
La libertà di Gesù di fronte alla morte trovò
il culmine la sera prima di morire, quando prese il suo corpo
e lo diede ai suoi discepoli, un gesto di stupefacente libertà.
Questo è quello che ci è dato di compiere insieme,
di fronte alla morte. Ricordo una mattina di Pasqua al Blackfriars,
la gioiosa celebrazione dell'Eucarestia con un confratello che
stava morendo di cancro. L'intera comunità si era assiepata
nella sua stanza. Dopo bevemmo champagne in onore della Risurrezione.
Ricordo di aver celebrato l'Eucarestia con i confratelli e consorelle
in Iraq alcune settimane fa, mentre aspettavamo l'attacco militare
che sarebbe sicuramente arrivato. L'Eucarestia non dovrebbe essere
il centro della nostra vita comune perché sentiamo che
siamo uniti, o anche perché possiamo arrivare a sentirci
così. E' il sacramento di quella vita abbondante che è
semplicemente un dono, il "pane di vita" che Domenico
promise avremmo trovato nell'Ordine. Lo riceviamo insieme, offrendoci
a vicenda il cibo per il deserto.
Viviamo il significato di quella Eucarestia nel disporci liberi
a vicenda, contagiandoci a vicenda con l'incommensurabile libertà
di Cristo. Può avvenire nella ristretta libertà
del perdono liberamente concesso, oppure spezzando coscientemente
alcuni vecchi sistemi di vita, di correre un rischio. Lasciamoci
andare. Come scrisse Lacordaire: "Vado dove Dio mi porta,
incerto di me stesso, ma sicuro di Lui". In tutti questi
modi ci lasciamo afferrare dal soffio dello Spirito che procede
dal Padre e dal Figlio, che grida dentro di noi: "Abbà,
Padre". Come dice Eckhart: "Noi non preghiamo, siamo
pregati". Ed è pure il nostro ingresso nella libertà
e spontaneità, quando diventiamo massimamente vivi. Ci
lasciamo prendere dal movimento, come un danzatore che risponde
al ritmo, trovandovi grazia e libertà.
La sapienza danzava alla presenza di Dio, quando creava il
mondo. San Tommaso dice che la contemplazione della persona saggia
è come un gioco, perché è piacevole e perché
viene fatta per suo amore, come una danza. "La serietà
non mitigata indica una mancanza di virtù, perché
disprezza completamente il gioco che è tanto necessario
per una buona esistenza umana quanto lo è il riposo".(49) L'abbondanza della vita ci
porta in quella giocondità di coloro che hanno scaricato
la zavorra di sentirsi piccoli dei. Noi possiamo lasciar cadere
la terribile serietà di coloro che credono che recano
il mondo sulle loro spalle. Allora le nostre comunità
possono davvero essere luoghi nei quali inizieremo a conoscere
la felicità del Regno. San Domenico: Nos iunge beatis.
Uniscici ai beati, perché possiamo fin d'ora partecipare
un barlume della loro felicità in Cielo.

Fr Timothy Radcliffe OP
Maestro dell'Ordine
Mercoledì delle Ceneri,
25 febbraio 1998
Prot. N° 50/98/274
Nota Bene: La redazione definitiva, come pure quella delle
note, sarà stampata e distribuita a cura del Comitato
dei Provinciali Italiani.
1 Stephen of Salagnac 1.9, ed.
Thomas Kaeppeli OP MOPH XXII Rome 1949, p. 81
2 Cornelius Ernst op, The Theology
of Grace, Dublin 1974, p. 42
3 The Identity of Religious
today, The Conference of Major Superiors of Men, USA, 1996
4 Fundamental Constitution IV
5 Cernai 21, quoted by Tugwell
(ed), Dominic, London 1997, p. 125
6 Dominican Ashram March 1982,
"What is my licence to say what I say?" p 9
7 Die deutsche Predigten und
lateinischen Werke Stuttgart 1936 vol V, p. 197
8 Prediche del b. Fra Giordano
da Rivalto, ed. A.M. Bisconi e D.M. Manni, Firenze 1739, p. 9
9 Herbert McCabe OP, God Matters,
London 1987 "On Being Dominican", p. 240
10 Cornelius Ernst OP, op.
cit. p. 72
11 Sermons and Treatieses,
M. O'C Walshe vol. 1, London 1979, p. 44
12 S. Thérèse
of Lisieux, Manuscrits autobiographiques, Paris, p. 226
13 Agostino, Commento al Vangelo
di Giovanni, 26
14 Discorso da pubblicare in
Review for Religious, Marzo 1998
15 D.A. Mortier OP, Histoire
des mâitres généraux de l'ordre des Frères
Prêcheurs, vol. 1, Rome 1903, p. 528
16The Letters of Bede Jarrett
OP, ed. Bede Bailey Aidan Bellenger e Simon Tugwell, Bath 1989,
p. 182
17 Letter 46 tr. da G.Vann
OP, To Heaven with Diana, London 1959, p. 120
18 Letter 48, ibid, p.28
19 Nicholas Lash, The Beginning
and the End of Religion, Cambridge 1996, p. 21
20 Sentences 3 d. 35, 1,2,1
21 Vision of Albion 7.17
22 op. cit.
23 Simon Tugwell OP, Reflection
on the Beatitudes, London 1980, p. 78
24 Jean-Louis Bruguès
OP, Les idées heureuses, Paris 1996, p. 56
25 Tugwell, op cit., p. 96
26 Joseph Pieper, A Brief Reader
on the Virtues of the Human Heart, San Francisco p. 44
27 Maister Eckhart, Walshe,
op. cit., Sermone 8
28 ibid., Sermone 68
29Gerald Vann, OP, op. cit.,
p. 46ss
30 Ibid., p. 157
31 Paul Murray, OP, "A
Song for the Afflicted", poema inedito
32 Rowan Williams, Open for
Judgement, Londra, p. 184
33 Iris Murdoch, The Fire and
the Sun: Why Plato banished the Artists, Oxford 1979, p. 36,
citato da Fergus Kerr OP, Immortal Longings: Versions of Transcending
Humanity, Indiana 1997, p. 72
34
John Howard Griffin, Thomas Merton: The Hermitage Years, Londra
1993, p. 60
35
Griffin, op. cit., p. 87
36 Sebastian Moore, OSB, The
Inner Loneliness, Londra 1982, p. 40
37 op. cit., p. 58
38 S. Agostino, Confessioni,
3.6.11
39 STh, I, q. 43, a. 5, ad
2
40 Lettera 41, Vann, op. cit.,
p. 112.
41 Sermone, Rrecherches de
Théologie Ancienne et Médiévale, 36 (1969),
p. 109
42 Rowan Williams, ibid., p.
120
43 "Meditations in time
of Civil War", Collected Poems, Londra 1969, p. 230
44 II-II, q. 83, a. 8
45 Paul Murray, OP, "Dominicans
grounded in Comtemplative Experience", una conferenza tenuta
a River Forest (Chicago), nel Giugno 1997
46 II-II, q. 83, a. 2, ad 3
47 Walshe, op. cit., vol. I,
p. 6
48 Predica dopo la morte di
Fr. Henri e di Suor Paule-Hélène, La Vie Spirituelle,
ottobre 1997, p. 764.
49 Etica a Nicomaco, iv, 1b,
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