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Omelia del 16 luglio

Fra Virgilio Ambrosini Priore Provinciale della Provincia S.Domenico in Italia

Letture: Giacomo 4,13b-17; 5,1-17 * Sal 37, 27- 34 * Marco 7,1-23

 

L'espressione " se Dio vuole" è una riserva comune nel linguaggio di molte culture religiose, non era così fra i cristiani a cui si rivolge l'autore della nostra prima lettura , a tal punto che si sente in dovere di sottolineare la necessità che non era degno di un cristiano ne di un uomo qualunque disporre in modo così assoluto del futuro. La sicurezza eccessiva con cui si stabiliscono le opere da compiere, il beneficio che ne deriva, il tempo che richiedono e il luogo in cui compierle esorbitano dai limiti in cui l'uomo si deve muovere. Il domani potrebbe non albeggiare più per colui che ha già determinato tutti i particolari dalle cose da fare in quel giorno.

La formula proposta da Giacomo deve far comprendere all'uomo che tutte le sue azioni e tutti i suoi progetti sono condizionati alla volontà di Dio. Davanti a questa fondamentale convinzione, ogni alterigia dell'uomo è fuori posto.

Al tempo stesso questa prima lettura è un'invettiva contro i ricchi (intesi come operatori di ingiustizie) la più forte e violenta che la S. Scrittura contenga. L'autore non si rivolge ad una determinata classe di cristiani ricchi bensì l'invettiva è contro tutti gli operatori di ingiustizie, infatti nella prima parte è descritta la sorte dei ricchi, nella seconda è descritta la loro colpa.

La sorte infelice che attende i ricchi, gli ingiusti, è motivata dal fatto che le cose in cui essi confidano, sono assolutamente inconsistenti. La distruzione di quello in cui essi hanno posto la loro fiducia è una testimonianza contro di loro e in più come un fuoco che li divorerà nell'ultimo giorno.

Dalla sorte che attende gli ingiusti Giacomo passa a parlare della colpa che ha motivato questa sorte. L'aumento della ricchezza è stato possibile grazie all'aumento della povertà: quando il ricco si arricchisce, il povero si impoverisce maggiormente. L'aumento della ricchezza normalmente comporta l'ingiustizia verso coloro che la rendono possibile con il loro lavoro.

L'insensatezza degli ingiusti giunge al colmo quando, di fronte alla vicinanza della venuta del Signore, si preoccupano solo di darsi ai piaceri che i frutti delle loro ingiustizie possono procurare. Essi stanno ingrassando per il giorno della macellazione. E il godimento dei piaceri è unito al loro disprezzo per le leggi. Non importa loro che l'uomo abbia qualche diritto; essi non li riconoscono.

Insieme con la visione e il giudizio che il nostro autore proietta su determinate situazioni di evidente ingiustizia sociale, offre anche una visione profetica . La convinzione che Dio cambia questa situazione di ingiustizia ecco allora il senso dell'esortazione alla pazienza attiva e dinamica pazienza che non si rassegna davanti all'ingiustizia , pazienza che genera anche martiri per la giustizia e alla fiducia in quel Dio che in Cristo ha vinto il mondo, che ricolma il giusto nuovamente di ricchezze. Dio ha sempre compassione dei suoi.

Il brano del vangelo potremmo sintetizzarlo dicendo che: "certa gente non avrebbe niente da ridire per il fatto che gli uomini muoiono di fame . Purché abbiano le mani pulite".

Se il miracolo compiuto da Gesù quasi ha riempito l'aria di fragranza del pane, l'arrivo degli scribi e dei farisei porta il puzzo del legalismo più meschino e rancido. Non a caso nel brano si finisce per parlare di fogna.

Dio è colui che ci fa respirare, profuma l'aria. Ma c'è sempre qualcuno che, magari prendendo Dio come pretesto, riesce ad avvelenare l'atmosfera, uccide la spontaneità, guasta le cose belle.

Da certi cuori meschini non viene fuori necessariamente la malvagità. Viene fuori di peggio: la capacità di mortificare, avvilire. Certi comportamenti non si possono analizzare nelle loro componenti. Ma si riconoscono per l'odore di stantio

Il brano odierno sottolinea ancora la stortura di una pratica religiosa che diventa pretesto per sottrarsi agli obblighi più elementari di giustizia. Alludo alla pratica del Korbàn ancora in uso in tantissimi ambienti religiosi, soltanto che a differenza di quello ebraico, qui il vantaggio della rinuncia personale di qualcuno va al tempio, ossia all'istituzione che ha la pretesa di amministrarlo.

Si tratta comunque, quasi sempre di un'offerta contro qualcuno. Nel senso che le spese vengono sempre pagate regolarmente e dolorosamente da altri.

Certo. Si provvede poi. Si è sensibili e attenti perfino generosi in caso di necessità. Ma l'ipocrisia e l'ingiustizia trova proprio qui il suo riparo: si offre in termini di carità , ciò che sarebbe dovuto in termini rigorosi di giustizia.

In ogni caso sarebbe interessante sapere come la pensa Dio che fino a prova contraria, risulta il destinatario

Ritengo che non siano le cose esterne che ci rendono incapaci di giustizia e pertanto del nostro rapporto con Dio e i fratelli, ma è il rapporto che noi stabiliamo con le cose che decide della nostra posizione davanti a Dio. Sono le cose che escono Da noi che ci rendono inabili alla comunione con Dio e i fratelli.

Spesso il consuetudini, le interpretazioni le chiose finiscono per diventare più importanti e obbliganti del comandamento di Dio, e comunque lo oscurano.

Si compie uno spostamento pericoloso. Viene abbandonato il centro, trascurato il contenuto essenziale del messaggio evangelico e ci si attesta in zone periferiche si difendono accanitamente posizioni irrilevanti e profondamente ingiuste.

Il segno di riconoscimento del discepolo e della comunità dei credenti stabilito da Cristo, viene sostituito con divise abusive e, nonostante le apparenza assai meno impegnative.Lo specifico cristiano si stempera in una serie spropositata di manifestazioni che praticamente lo annullano.

Oggi possiamo sicuramente affermare che Gesù ci rimprovera , al pari dei Farisei: "Siete abilissimi a farealtro".

Gesù riporta tutto al "di dentro" dell'uomo, ossia al suo cuore . Oggi preferiamo appellarci alla coscienza, quale luogo delle scelte decisive, tuttavia sarebbe opportuno porre la domanda: quale coscienza?

La coscienza infatti, non è una sorgente incontaminata e nemmeno un meccanismo perfettamente funzionante.

Occorre riconoscere che se la legge può degenerare, anche la coscienza può contaminarsi.

Come non bisogna assolutizzare la legge, non si deve considerare la coscienza come un assoluto.

Alla fredda oggettività della legge può corrispondere il " soggettivismo impenitente" di una coscienza esaltata per se stessa, sottratta ad ogni controllo, al di la di qualsiasi verifica e confronto.

Togliamoci ogni illusione. La coscienza non si conserva allo stato puro, e neppure nasce immacolata. Essa assorbe i germi della mentalità corrente, delle mode, di una certa formazione eccLa coscienza va continuamente ripulita e fatta crescere.

Come l'uomo è in divenire, così pure la coscienza è in divenire. Non è collaudata una volta per sempre.

Si dice : "il giudizio inappellabile della coscienza" Dimenticando che, a sua volta , la coscienza viene giudicata dalla parola di Dio, e al tempo stesso dall'uomo, povero, quello che non conta, che soffre, l'oppresso, la vittima di sopruso, l'individuo indifeso.

Se il sacerdote e il levita avessero avuto il coraggio di "sporcarsi" accostandosi al ferito ( nella parabola del samaritano) sarebbero stati in grado di celebrare con giustizia un culto gradito a Dio.

I farisei pulivano l'esterno del piatto e del bicchiere. Ma qualcuno, oggi, senza togliere lo sporco e la rapina che c'è dentro, non si preoccupa minimamente neppure di lasciare sul bordo i segni delle dita unte. Certo occorre distinguere tra forma e sostanza . Ma quando mancano sia la sostanza che le forme?

Che il S. Padre Domenico e tutti i Santi e Sante domenicani di ottengano dal Padre fonte di misericordia la purezza della nostra mente e del nostro cuore e in Cristo essere voce di chi non ha voce e soprattutto donandoci il coraggio di sporcarci le mani in soccorso di chi soffre ingiustizie.

 


 

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