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Archivum Fratrum
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FR. GIACOMO DI GESU' OP (1590ca-1669), PROVINCIALE D'ARMENIA(1)
DI
CARLO LONGO OP
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In diverse occasioni ci siamo interessati alla figura di fr. Giacomo di Gesù, domenicano armeno del secolo XVII: quando redigemmo per dizionari voci che tratteggiassero la sua figura(2), quando introducemmo l'edizione di un suo scritto molto significativo(3), quando inquadrammo, infine, le vicende dei domenicani armeni del secolo XVII e narrammo le avventure di missionari italiani in quelle regioni(4). Egli fu certamente un personaggio fondamentale nelle vicende di quella lontana provincia domenicana e il dipanarsi della sua esistenza può essere considerato significativo e paradigmatico di problemi e tensioni che quei frati in quel secolo dovettero affrontare e risolvere, di iniziative da essi intraprese per rimediare a catastrofi belliche e naturali, di una genialità levantina che li spinse per le vie del mondo alla ricerca di sostegni per proporre i problemi di quella lontana cristianità e sollecitare l'intervento delle corti occidentali per frenarne il declino. Nacque nel villaggio di Kêcouk nei pressi di Corcor e non lontano da Maku, nell'attuale
Azerbaigian iraniano, provincia di Tabriz, negli ultimi decenni del secolo XVI, con ogni probabilità
verso il 1590(5). Suo padre si chiamava Gregorio de Ambrosiis(6) e aggiungendo al suo nome questo
cognome di chiara ispirazione latina egli era solito sottoscriversi nei primi decenni di sua vita(7). Poi,
seguendo probabilmente l'uso allora vigente nelle province spagnole, aggiunse al proprio nome
l'appellativo di devozione con il quale è conosciuto, facendosi chiamare in armeno Ebbe diversi fratelli e di alcuni di essi conosciamo il nome. Uno, certamente più giovane di lui, fu anch'egli domenicano e si chiamava fr. Andrea(8); un altro si chiamava Battista e fu il padre di un altro domenicano, chiamato fr. Domenico di Battista o fr. Domenico Curdo(9): La sua famiglia era certamente molto facoltosa e i suoi membri facevano parte dei notabili della regione di Maku, posta allora ai confini orientali dell'impero ottomano ed abitata da curdi, turchi ed armeni. Essi erano chiamati Baronlar(10) o con la trasformazione della sonora in sorda, consueta nelle regioni turanofone orientali, Paronlar(11), plurale turco del termine franco baron, in italiano barone, usuale anche tra gli armeni come generico appellativo di rispetto. I Baronlar o de Ambrosiis appartenevano alla comunità armeno-latina o franca, che nel paese di Kêcouk aveva una dei suoi insediamenti, ben distante però dalle comunità più numerose tutte situate nell'attuale repubblica azera di Naxicëvan ed erano necessarie circa sei giornate di cammino per raggiungere Aparaner, allora il centro della diocesi. Agli inizi del secolo XVII, nel 1604, tutto il villaggio di Kêcouk era cattolico ed era abitato da sessanta famiglie, approssimativamente duecentotrenta persone. Vi erano due chiese, una dedicata alla Madonna ed un'altra, fuori paese, all'Annunziata, e presso la prima aveva sede il convento dei domenicani armeni, allora residenti in otto in quella località(12). Un decennio appresso, dopo sanguinose guerre combattute in quelle regioni, la comunità cattolica di quel villaggio si era ridotta a una diecina di famiglie - otto nel 1613-14(13), quattordici nel 1616-17(14) -, assistite da un solo domenicano rimasto in quel convento. Nel 1622 era aumentato il numero degli abitanti cattolici, grazie forse al ritorno dei profughi, e le famiglie di fedeli allora erano stimate una trentina(15). Fr. Giacomo, nato e cresciuto in ambiente cattolico, probabilmente molto giovane - verso il 1605? - entrò tra i domenicani d'Armenia ed emise professione come figlio del convento di Santa Maria del suo paese natale. Le prime notizie documentate sulla sua persona risalgono al 1617, quando, giovane padre ventiseienne, viene censito tra i membri della comunità del convento di Aparaner(16). Di questo convento divenne un decennio appresso priore ed il 7/17 novembre 1627 e con questa carica partecipò nel convento di Xôškašën al sinodo elettivo e sottoscrisse il verbale col quale si chiedeva alla congregazione la conferma dell'arcivescovo eletto Agostino Bajenç, che poi resse l'archidiocesi di Naxicëvan dal 1630 al 1653(17). Probabilmente subito dopo fu eletto provinciale d'Armenia, rieletto per una seconda volta nell'estate del 1630, come egli stesso narra nella sua lettera al maestro generale, fr. Niccolò Ridolfi (1629-1642)(18). La situazione della sua provincia era disastrosa, perché una guerra più che ventennale, combattuta proprio nelle regioni dove operavano i domenicani armeni ed avevano sede le comunità franche, poste al confine tra i due imperi, ottomano e persiano, che si contendevano quelle terre, aveva distrutto strutture edilizie e costretto le popolazioni ad emigrare altrove. Per chiedere l'aiuto dell'occidente ebbe allora fr. Giacomo un lampo di genialità levantina e cercò di captare la benevolenza di quanti potevano soccorrere la sua provincia narrando dicerie su presunti fatti prodigiosi, che accreditassero l'ausilio divino alla sua chiesa a preferenza dei vicini ed ostili musulmani, stimolassero quanti potevano soccorrere quei frati che si dedicavano all'asserita cristianizzazione delle popolazioni maomettane disilluse nelle loro credenze dall'inghiottimento negli inferi della tomba del loro profeta e indirizzati verso il cristianesimo dalle parole provenienti da un'immagine della Madonna, rimasta nella loro moschea che era già stata una chiesa dei frati d'Armenia. In alcune lettere indirizzate a personalità dell'occidente, in termini più o meno fantasiosi e drammatici, fr. Giacomo narrava come la tomba di Maometto, venerata nella moschea di Medina, un bel giorno fosse stata risucchiata nelle profondità della terra con strepitosi fenomeni naturali - fuoco, fumo e pestiferi odori - e come questo fatto avesse disilluso i seguaci del profeta arabo, che in un'imprecisata località - abbiamo ipotizzato fosse Maku - dall'immagine di una Madonna rimasta nella loro moschea che era stata già una chiesa di domenicani armeni furono da arcani e miracolosi messaggi invitati ad aderire al cristianesimo, per cui fr. Giacomo e i suoi confratelli, altrettanto prodigiosamente individuati, si erano dati a battezzare centinaia di musulmani e chiedevano aiuti per costruire chiese ed evangelizzare quanti attendevano il loro turno per entrare a far parte della chiesa franca(19). Severi furono i giudizi espressi da frati europei recatisi in Armenia su quei "miracoli falsi", ma la loro pubblicizzazione servì a fr. Giacomo ed ai suoi confratelli per stimolare benevolmente gli ambienti occidentali durante la raccolta di fondi per la loro provincia(20). Deteneva ancora la carica di provinciale d'Armenia il 3 febbraio 1631, quando il suo nome veniva proposto alla congregazione perché fosse eletto, con il titolo di arcivescovo di Mira, come coadiutore dell'arcivescovo degli armeni latini(21). La congregazione di Propaganda chiese che si prendessero le debite informazioni, ma la pratica non ebbe seguito(22). Tra il 1631 ed il 1636 intraprese un lungo viaggio nelle Indie Orientali, a Goa e nelle Filippine, ed al suo ritorno, avvenuto il 25 dicembre 1636, portò in patria, frutto delle questue effettuate, 200 tomani, secondo quanto egli stesso afferma, o 12.000 scudi secondo le sempre malevoli informazioni fornite da fr. Tommaso Vitale(23). Narra le vicissitudini occorsegli in queste sue peregrinazioni alla fine della sua Cronaca(24). Al suo ritorno fu nominato vicario generale dell'arcivescovo che si stava recando in Polonia come ambasciatore dello scià(25), mentre il 27 settembre 1637 ricevette il titolo di predicatore generale(26). Negli anni seguenti intraprese altri viaggi nelle regioni del Vicino Oriente e fece un pellegrinaggio a Gerusalemme e nel 1638 si trovava a Erzurum sulla via del ritorno in Armenia(27). Risiedette per qualche anno in patria, nel convento di Aparaner(28), a godersi, secondo il suo detrattore, i frutti delle sue questue(29). Redasse in questi anni la sua breve Cronaca, in armeno Nel 1642 fu inviato dall'arcivescovo Agostino, che si lamentava di non poter intraprendere personalmente il viaggio in Italia per gli acciacchi dell'età e a causa della disastrosa situazione che le guerre avevano lasciato nella sua diocesi, a rappresentarlo a Roma come suo procuratore per la visita ad limina(31). In realtà era stato bandito dall'Armenia per contrasti con le locali autorità musulmane e soprattutto con tal "Imamedì sultano, prencipe persiano"(32), ed era accusato di aver fatto rinnegare e fatto cristiano un fanciullo musulmano e di aver impedito che una ragazza cattolica andasse in matrimonio a un armeno gregoriano, abbracciando così la confessione del marito. Lo stesso arcivescovo aveva ottenuto che non si procedesse contro la sua persona, garantendo che per un certo tempo egli si sarebbe allontanato dall'Armenia, e si era interessato perché egli fosse collocato a Genova come cappellano della comunità armena residente in quella città portuale(33). Agli inizi di agosto si trovava già nel convento di Costantinopoli e portava con sé in Italia "un giovine desideroso di apprender la lingua, studii e maniere italiane"(34). Questi era il nipote Domenico di Battista, allora diciottenne e chierico secolare, divenuto poi domenicano e chiamato fr. Domenico Curdo. I due erano presenti a Roma agli inizi del 1643 e nel corso di quell'anno fr. Giacomo presentò alla congregazione di Propaganda fide diversi memoriali riguardanti la sistemazione del nipote che portava con sé. Questi, dietro sua presentazione e richiesta(35), il 20 agosto di quell'anno, fu esaminato e ricevuto come collegiale nella struttura educativa della congregazione, il collegio di Propaganda fide(36). Fr. Giacomo partì da Roma il 1 luglio 1643 e si recò a Napoli, dove prese alloggio nel convento del Rosario. Si trovava ancora qui il 28 novembre seguente(37); poi intraprese, assieme a fr. Antonio Nazaro di Aprakouniq(38), un lungo viaggio per raccogliere fondi per pagare i molti debiti da cui era gravata la sua provincia. I due andarono dapprima alla corte di Francia e poi, autorizzati da re Filippo IV (1621-1675), si recarono in America e si trattennero circa otto anni in quelle regioni, non lasciando tracce dei loro spostamenti nella documentazione da noi reperita. Sappiamo, però, che con il ricco ricavato fr. Giacomo riuscì a soddisfare i creditori ai quali i frati dovevano 16.000 imperiali e che la somma rimanente servì in parte a restaurare alcuni conventi, mentre un ingente capitale fu depositato alla Zecca di Venezia, ricavandone interessi annui di 16.000 imperiali(39). Era a Roma nel 1652 e, prima di concludere la sua lunga peregrinazione, faceva istanza al papa perché all'arcivescovo Agostino fosse concesso un sussidio straordinario, dato che per riscattare i suoi fedeli caduti in schiavitù nel corso delle recenti guerre aveva dovuto vendere le insegne episcopali e l'anello. La congregazione il 18 giugno e l'8 luglio di quell'anno decideva di inviargli i paramenti vescovili, l'anello ed il bastone pastorale(40). A nome dei frati della sua provincia, inoltre, chiedeva l'assegnazione di dodici copie della Gramatica ed altrettante della Conciliatio di Clemente Galano, da poco stampata(41). Anche queste richieste furono assecondate dai cardinali nella loro riunione del 18 giugno di quell'anno(42). Il 16 luglio 1652 fu istituito per la terza volta provinciale d'Armenia(43) e, carico di soldi e di doni raccolti durante la sua lunga peregrinazione per l'Estremo Occidente, raccomandato allo scià da un breve papale, intraprese il viaggio di ritorno in patria, in compagnia di alcuni confratelli, tra i quali il missionario italiano fr. Silvestro Bendici (1624ca-1662), che per la prima volta si recava ad esercitare il ministero in Armenia. Raggiunsero Venezia, dove fr. Giacomo depositò alla Zecca quei capitali che non reputava necessario portare con sé, e da qui nel marzo 1653 si imbarcarono per le coste dell'Asia Minore(44) e, dopo una sosta nell'isola greca di Scio, arrivarono a Smirne, dove si trattennero per un certo tempo, nell'attesa di una carovana sicura per raggiungere la loro destinazione(45). Partirono da Smirne il 4 agosto per arrivare ad Aparaner, centro principale della provincia domenicana d'Armenia, il 25 novembre successivo(46). Già nel corso del viaggio, durante la sua sosta a Erzurum nell'ottobre 1653, fr. Giacomo fu informato sulle ultime vicende della sua chiesa dalla quale mancava da più di un decennio. Era infatti morto il 16/26 aprile precedente l'arcivescovo fr. Agostino Bajenç e per antica prassi l'elezione del successore competeva a un sinodo al quale partecipassero frati e laici in rappresentanza dei villaggi cattolici e dei conventi. Per convocarlo i frati attendevano che egli arrivasse in sede, ma dopo un mese di attesa seppero che si trovava ancora a Venezia, per cui, per paura che venisse eletta qualche persona indegna che, dicevano, stava già brigando in tal senso, in segreto si riunirono alcuni "padri honorati con secolari di giuditio" e decisero di scrivere alla congregazione dei cardinali per proporre i nomi di fr. Giacomo di Gesù e di fr. Giovan Domenico Nazaro. Una prima istanza del 20/30 maggio 1653 fu firmata da tre frati e dieci laici(47), gli stessi che ad Aparaner ne redassero una seconda del 28 giugno/8 luglio seguente(48). Anche fr. Pietro di Xôkaên, che era stato provinciale ed era vicario della missione di Kurdistan ed era uno dei firmatari di quelle due lettere, l'11/21 luglio comunicava le sue preoccupazioni alla congregazione, dando valutazioni sulle capacità dei due candidati, parteggiando palesemente per il Nazaro(49). Quest'ultimo fu incaricato di recarsi a Roma, di farsi latore di quelle lettere e delle preoccupazioni degli armeni franchi e volentieri accettò e velocemente partì; ad Erzurum incontrò il provinciale con i suoi accompagnatori. Fu invitato a ritornare indietro per partecipare ad un'assemblea elettiva formale(50) che designasse fr. Giacomo, ma decise di continuare nel viaggio intrapreso; ufficialmente timoroso che le cose non andassero per il verso giusto e che quelli che speravano nella carica arcivescovile, con l'aiuto degli armeni gregoriani e dei musulmani, facessero volgere gli eventi a favore di qualcuno di loro; in cuor suo convinto che il prestigio di fr. Giacomo ed i soldi che egli portava in patria dall'Occidente avrebbero spinto gli elettori a far convergere solo su questi i loro voti. Quando fr. Giacomo giunse in provincia fu convocata l'assemblea elettiva ed il 30 novembre 1653 nella chiesa di Aparaner si procedette all'elezione canonica. Si cantò la messa dello Spirito Santo, fr. Gregorio di Corcor tenne il sermone di rito ed alla fine fr. Giacomo fu acclamato arcivescovo all'unanimità da tutti i presenti(51). Egli, però, era latore di un breve di raccomandazione di papa Innocenzo X (1644-1655), nel quale si chiedeva l'intervento dello scià Abbas II (1642-1667) a favore dei suoi sudditi cattolici per difenderli dalle persecuzioni di uomini empi e di cristani scismatici(52) e non poteva, quindi, subito intraprendere un altro viaggio a Roma. Pensava, invece, di ritornarvi dopo la sua missione alla corte di Isfahan, cioé attorno alla Pasqua dell'anno seguente(53). A corte andò a perorare protezione sovrana contro le frequenti vessazioni dei funzionari locali, che estorcevano ai frati ingenti somme di denaro, esigevano spesso nei conventi vitto e alloggio per i loro soldati, sequestravano ed imprigionavano frati e fedeli franchi(54). In provincia dovette interessarsi ai restauri dei conventi danneggiati dalle guerre, utilizzando il denaro che aveva portato con sé. Furono in questo modo riadattati gli edifici del convento di Aparaner e fu ricostruita la chiesa di quello di Jahouk, elevando al di sopra di essa una cupola visibile da tutta la pianura circostante e ponendo sulla facciata, in segno di riconoscenza, lo stemma del re di Spagna, furono, infine, comprati oggetti per l'uso liturgico, dei quali molti visitatori avevano lamentato la mancanza(55). Fr. Giacomo, infine, dovette ancora una volta interessarsi alle sorti del collegio per la formazione dei futuri frati della sua provincia, che viveva sugli aleatori sussidi della congregazione e agli inizi del 1656 dovette ancora una volta mandare a Roma un messo, in questo caso il rettore di esso, fr. Silvestro Bendici, che, munito di sue testimoniali, sbloccasse la situazione(56). Mentre fr. Giacomo, secondo l'antica consuetudine, come provinciale amministrava l'arcivescovato vacante, i cardinali della congregazione di Propaganda fide, nella riunione del 2 giugno 1654, approfittando delle titubanze e delle divisioni degli armeni, che proponevano per la loro sede arcivescovile i nomi di due candidati, avevano preferito scegliere una terza persona, ben nota ad essi e da essi protetta, ed avevano proposto come arcivescovo di Naxicëvan il domenicano calabrese fr. Paolo Piromalli(57). Questi, nato a Siderno nel 1591, missionario in Armenia dal 1631, era conosciuto in quelle regioni per le sue variegate conoscenze di lingue, mentalità e credenze orientali, ma soprattutto per i suoi avventurosi trascorsi come missionario(58). La sua elezione fu formalizzata con la promulgazione ufficiale avvenuta il 14 giugno del seguente anno 1655 ed egli fu consacrato a Roma il 4 luglio successivo; non ebbe, però, fretta di raggiungere la sua sede e, dopo pressanti inviti da parte della congregazione ed un tortuosissimo itinerario finalmente arrivò ad Aparaner, sua residenza, il 15 luglio 1657(59). Gli armeni non accettarono di buon grado l'elezione di uno straniero, fatta contro le consuetudini della chiesa franca, e l'impulsività del temperamento del nuovo arcivescovo, la sua smodata sete di denaro e di potere, i suoi molteplici tentativi di sottomettere la provincia domenicana d'Armenia e i suoi beni alla propria autorità diedero loro occasione per amplificare, anche con gesti plateali, le loro proteste e impeto per resistere con decisone alle sue provocazioni; e così la situazione si fece insostenibile(60). Con due bolle, una emessa a Naxicëvan il 3/13 maggio 1658(61) ed un'altra a Giulfa l'8/18 maggio successivo egli scomunicò sei frati e primo fra tutti il vicario provinciale, fr. Giacomo di Gesù. Questi, la cui carica quadriennale di provinciale aveva avuto termine nel novembre dell'anno precedente, continuava a reggere la provincia come vicario ed era accusato di aver conculcato l'autorità dell'arcivescovo, perché come prelato regolare era l'effettivo ordinario a cui sottostava il clero della diocesi, formato tutto da domenicani. Inoltre, narrava Piromalli che "fr. Iacobus coram presbiteris et populo contumeliam mihi fecit et me vocavit haereticum et diabolum et dixit quod habebat meam excommunicationem sub etc.", pudicamente tacendo con un "etc." il nome della parte del corpo sotto la quale l'iracondo e fantasioso vicario diceva di aver collocato il chirografo dell'arcivescovile anatema(62). Dato che i frati continuavano ad obbedire al loro vicario ed i fedeli preferivano parteggiare per i loro connazionali anziché impelagarsi dietro alle brighe di uno straniero, per quanto arcivescovo, egli con altra bolla data a Naxicëvan il 3/13 ottobre 1658 ribadì le scomuniche, ricordando ai fedeli il loro dovere di astenersi da ogni contatto con gli scomunicati, minacciando loro la medesima pena(63) e, vistosi perduto, se ne andò a Isfahan per cercare di avere ragione e protezione almeno dallo scià. Da varie parti si segnalavano a Roma la scabrosa situazione creatasi nell'archidiocesi di Naxicëvan e le intemperanze dell'arcivescovo. Fr. Gabriele da Chinon, un missionario cappuccino francese che dal 1653 risiedeva a Tabriz, il 6 maggio 1658 denunciava i modi violenti usati da Piromalli per cercare di sottomettere i domenicani armeni, minacciando anche il ricorso allo scià per avere autorità sui frati(64). Il console francese ad Aleppo, Francesco Picquet, tra il 30 ottobre ed il 1 novembre seguenti scriveva a tutta la gerarchia romana, prendendo decisamente posizione a favore dei frati(65). Nel frattempo una delegazione di cinque domenicani armeni, guidata dal vicario fr. Giacomo, partiva alla volta di Roma per far valere le ragioni della provincia contro le pretese di Piromalli di sottometterla totalmente alla sua autorità, amministrarne i beni e gestirne i soldi. Essi, latori di una lunga lista di accuse contro di lui(66), si trovavano in Italia certamante già agli inizi del 1659. Fr. Giacomo, di fronte agli organismi curiali, mantenne un atteggiamento fermo e deciso e con la fierezza propria del suo popolo non ebbe rispetto per nessuno nel difendere i diritti dei suoi confratelli, il che scandalizzò quanti erano abituati agli usuali servilismi di curia(67). Il 14 gennaio la congregazione una prima volta affrontava quell'intricata questione, esaminando tutte le accuse portate contro Piromalli, qualificando fr. Giacomo "molto amato e honorato da tutti, anco dall'istesso soldano", ripromettendosi, infine, di studiare quella controversia in maniera più approfondita con l'ausilio della documentazione conservata negli archivi del dicastero(68). Giungevano nel frattempo a Roma le rabbiose rivendicazioni di Piromalli, contenenti anche accuse contro fr. Giacomo(69) e gli altri suoi confratelli e con esse la notizia della scomunica loro inflitta, della quale essi si erano ben guardati dal parlare. Intervenne presso la congregazione a difendere i diritti dell'ordine e la sua esenzione dal potere vescovile il procuratore generale, allora il canonista fr. Pietro Passerini di Sestola (1651-1677), il quale smontò una per una le argomentazioni di Piromalli, notò l'invalidità delle scomuniche comminate, per cui nella congregazione del 2 dicembre 1659 fu deciso di creare un'apposita commissione, una congregazione particolare, che cercasse di porre fine a quella controversia(70). La decisione finale fu lasciata al maestro dell'ordine, Giovanni Battista de Marinis (1650-1669), il quale agli inizi del 1660 inviò in Armenia un visitatore, il fiorentino fr. Antonio Tani, allora residente nel convento di Costantinopoli, che nella primavera di quell'anno era già partito per l'Armenia.(71). Fu accusato da Piromalli di averlo esautorato, ma l'arcivescovo fu costretto a prendere la via dell'Italia, dove giunse nel febbraio del 1662, per essere onorevolmente trasferito il 15 dicembre 1664 alla diocesi di Bisignano in Calabria, dove morì il 12 luglio 1667(72). Durante il suo soggiorno romano, che durò dagli inizi del 1659 ai primi mesi dell'anno successivo, fr. Giacomo si interessò anche presso la curia romana di avere tutti quegli aiuti e quelle facilitazioni che fosse in grado di ottenere per l'utilità della sua provincia. Il 3 marzo del 1659 chiese udienza a papa Alessandro VII (1655-1667), presentandogli anche due giovani armeni che aveva portato con sé perché rimanessero a Roma a studiare, mentre il procuratore generale attestava le loro buone qualità e i loro buoni costumi(73). Ottenne, inoltre, il 12 ottobre di quell'anno dal papa che un suo confratello armeno, fr. Benedetto Besmense, che aveva ricevuto gli ordini minori da Piromalli, ma non aveva le testimoniali, perché l'arcivescovo per vendetta non gliele aveva voluto rilasciare, potesse ricevere gli ordini maggiori soltanto con un certificato rilasciato dal provinciale(74). Si interessò, infine, per avere finanziamenti per i due conventi più disagiati della provincia, quelli di Ganjak e di Kêcouk, posti ambedue in centri dove pochi erano i cattolici e a notevole distanza dal centro della diocesi. Nella prima località si era estinta la comunità cattolica, ma continuavano a risiedervi due frati a curare due chiese, una dedicata a San Giovanni Battista ed un'altra ai Santi martiri Abdon e Sennen, senza rendite e con forti tributi da pagare ai musulmani. Nel paese natale di fr. Giacomo, invece, vivevano ancora circa cento cattolici, assistiti da altri due domenicani, che curavano le due chiese del paese, ma anch'essi versavano in precaria situazione economica. In ambedue i casi, se quei frati non avessero ricevuto adeguati sussidi avrebbero dovuto abbandonare quelle due posizioni(75). La congregazione esaminò il memoriale il 22 novembre e perentoriamente espresse l'ordine di non abbandonare quelle due località, assegnando anche un sussidio di cento scudi(76). Agli inizi del 1660 egli era in procinto di partire e con due memoriali del 24 gennaio e del 28 febbraio chiedeva ancora una volta copie della Conciliatio del Galano, quaranta in questo caso(77). Risolte le questioni romane, si trasferì in Veneto a curare gli affari propri e della provincia, che alla Zecca di Venezia aveva un grosso deposito. Nel timore che egli giungesse in Armenia prima del visitatore e sobillasse ancor più la popolazione e i frati contro l'arcivescovo, fu incoraggiato a rimanere in Italia a suo piacimento. La congregazione ne controllava i movimenti e il 12 marzo 1660 lo raccomandò al nunzio di Venezia(78), allora il fiorentino Iacopo Altoviti, arcivescovo di Atene(79). Arrivato in quella città egli andò a ossequiarlo a metà aprile e gli comunicò che almeno per un mese si sarebbe fermato lì; notizie che il nunzio si affrettò a comunicare al segretario della congregazione, Mario Alberizzi(80). Questi il 24 aprile e il 3 luglio seguenti scrisse ancora, pregando l'arcivescovo Altoviti di trattenelo il più possibile(81) ed egli segnalava il 12 giugno che fr. Giacomo era appena partito per Padova, con l'intenzione di fermarvisi un mese, per poi mettersi in viaggio per l'Armenia ed poi il 17 luglio che era ritornato a Venezia, ma che non aveva nessuna voglia di lasciare la città, dove stava curando gli affari della sua provincia e contrattando la stampa di un breviario armeno(82). In realtà fr. Giacomo non aveva nessuna fretta di ritornare in patria, perché il governo della provincia nel frattempo, il 7 maggio 1659, era stato conferito a fr. Matteo Avanisense(83), il quale al ricevimento del documento - circa sei mesi appresso - aveva preso possesso della sua carica di provinciale ed egli, libero così da incarichi di governo, preferiva dedicarsi ad attività a lui più congeniali, "a far vivi", secondo le parole del nunzio, quei dodicimila ducati che aveva depositato alla Zecca. Poi partì, non sappiamo quando: certamente non si affrettò a raggiungere la sua Armenia. Il provinciale fr. Matteo, invece, governava la sua provincia e, dopo che Piromalli, sin dall'autunno del 1661, era scomparso dal suolo armeno e non aveva più dato notizie di sé, i frati d'Armenia il 14/24 aprile 1665 lo inviavano a Roma dal maestro dell'ordine sia per esigere gli interessi dei depositi che essi avevano al Monte di Pietà di Roma e alla Zecca di Venezia, sia per cercare di risolvere la vacanza dell'arcivescovato, ventilando anche la possibilità che potesse essere eletto egli stesso, allegando a scanso di equivoci e per evitare che la congregazione come aveva fatto in passato fingesse di dimenticare i loro diritti copia della bolla di Paolo III (1534-1549), che concedeva loro facoltà di eleggersi l'arcivescovo(84). Nel corso di quello stesso anno egli era già a Roma e, appreso il trasferimento di Piromalli a Bisignano, avvenuto il 15 dicembre 1664, presentava un memoriale alla congregazione, facendo presente che da quattro anni la diocesi era senza vescovo e proponeva di convocare il sinodo elettivo(85). Quest'assemblea fu tenuta ad Aparaner il 12/22 gennaio del 1667 e fr. Matteo fu eletto arcivescovo dai ventitre vocali, priori dei conventi e rappresentanti dei villaggi(86). Nei verbali del sinodo riappare il nome di fr. Giacomo, ritornato in Armenia ed in quel momento priore del convento di Aparaner(87). La congregazione questa volta fu prudente e decise di non inimicarsi ulteriormente gli armeni, per quanto essi non riscuotessero per i loro modi e per il loro strano spirito religioso molta considerazione nel soffice ambiente curiale(88). Fu istruita la pratica per la conferma dell'elezione, ampiamente discussa in congregazione la situazione di quella lontana diocesi(89) e fr. Matteo confermato arcivescovo di Naxicëvan il 14 maggio 1668(90). Il 24 maggio seguente fu consacrato a Roma nella basilica di Santa Maria sopra Minerva e l'11 giugno ebbe assegnato il pallio(91). Dopo un giro per le corti europee, era in partenza da Napoli il 28 novembre 1668(92). Da qui giunse a Smirne via mare e, attraversata l'Anatolia, da un'imprecisata città, - "città de Anaddolea", come la chiama -, a due mesi di cammino dalla valle dell'Arasse, il 9 maggio 1669 scriveva al maestro dell'ordine per narrare le sue peripezie e comunicare la morte di fr. Giacomo, avvenuta qualche mese avanti, presumibilmente, date le distanze, agli inizi dell'anno. E' il documento che pubblichiamo in appendice. La maggior parte dei conventi domenicani d'Armenia si trovavano nel distretto di Alingia, in armeno Ernjak, che era sottoposto al governo del khan di Naxicëvan, mentre i singoli villaggi erano retti da governatori, spesso cristiani. In tutta la letteratura riguardante la vita dei domenicani armeni, in tutte le relazioni da loro o dai visitarori inviate in Occidente si parla di angherie, vessazioni, estorsioni perpetrate dal khan e dai suoi funzionari a danno dei frati e dei loro fedeli e furono molteplici gli interventi dei papi e dei maestri dell'ordine presso lo scià per ottenere protezione per gli armeni franchi, come molteplici furono le vendette dei funzionari locali, quando venivano a sapere che qualche frate era andato a denunziarli a corte ed aveva ottenuto ragione e documenti di protezione. In questo contesto si colloca la lettera di fr. Matteo, il quale fu anch'egli vittima di una vendetta di anonimi funzionari di periferia ed avvelenato a Qazvin il 14 luglio 1674, e la fine di fr. Giacomo, vivacemente narrata, anche se in italiano stentato, nel testo che presentiamo.
DOCUMENTO 9 maggio 1669. Lettera di Matteo Avanisense, arcivescovo di Naxicëvan, al maestro dell'ordine, fr. Giovanni Battista de Marinis. AP, SC, Armeni, I, ff. 205r-206r. Autografo. /f. 205r/ Reverendissimo signor padrone mio colendissimo, da poi la partenza nostra dal Smirno in 50 giorni arrivassimo nella città de Annadolea e dove per la via hebbimo gran paura e gran fastidio e tormenti inesplicabili e patimenti infiniti. Arrivassimo salvamente in questa città quasi morti per tanti tribolationi et angustii et in questo luoco dimorassimo in due settimane, più e non meno, per riposarsi e da questa insino alla nostra padria ci vorrà due altri mesi di viaggio e anco aviso vostra paternità reverenda come mi è venutta una lettera mandata dalla nostra provincia e da là mi scrivono che il padre maestro Giacomo già è morto, ma la causa non si sa per certo, per che causa fusse la sua morte, ma mi scrivono e mi dicono che il vice re di Naxivan, volendo in secreto modo di occidere il padre maestro Gregorio(93), perché lui fu in compagnia di il padre maestro Tanni(94), quando lui se ne andò al re di Persia per le nostre ville(95), per odio o per altro sdegno che haveva, per queste cause voleva occidere. Questo fu avisato al padre maestro Gregorio; lui se ne intendendo in questa, subbito se ne pigliò un altro padre, che fu il padre Pietro di Aparaner(96), e se ne fuggirno Aspahan, dove ci sta il re di Persia. Quando intese il chan di Naxivan che il padre maestro Gregorio con un altro padre erano andati Aspahan, lui suspettò e accese ardor di fuoco che fussero andati al re di Persia per lamentar da lui. Per questa il chan di Naxivan mandò a chiamare il padre Giacomo. Il detto padre se ne andò a lui. Il chan vedendo il padre comminciò infuriarsi contra esso dicendo che: "Tu sei la causa di tanti mali. Vedrai che ti farrò! e questi dui padri tu hai mandato Aspahan!". Rispose il detto padre che: "Io non so niente e non ho intricato di nulla cosa". E quando il padre viene da lui infra tre giorni fece la sua espropria e sigillò le coscie in sino alla mia andata, che io andassi aprissi e nisciun altro e sempre dicendo che io doppo di tre giorni mi sarrò morto. E così fu morto e communemente dicono che fusse stato velenato dal chan. Così de poi di tre giorni dalla morte di il padre Giacomo, morse anco il padre Antonio(97). Adesso la provincia sta di senza sacerdotte. Presto mandate questi nostri padri armeni. De poi la morte del padre Giacomo mandò il chan di Naxivan tre cavalieri per dimandare le richezze e lo tesoro del padre Giacomo e comincciorno mazziare e maltratare gli poveri religiosi che: "Dove il tesoro del padre morto, che vogliamo portare allo nostro padrone? /f. 205v/ noi semmo stati mandati dal nostro padrone per questo fine". Infra tanto che stevano in contrasto corssero gli cittadini con il governatore della città. Il signor governatore commincciò con buone parole, supplicando e bacciando gli piedi di quelli turchi, dicendo che: "Io so per certo che il padre Giacomo non haveva niente, ma haveva assai debiti". E lui governatore preggiò che: "In ogni modo che voi trovassivo che il padre Giacomo havesse qualche cosa e non vi nol volessimo dare alhora vi dono il preggio la testa mia". Così scusando dal governatore lasciorno e andorno la via. Il chan di Naxivan già have padronitto di nuovo la nostra provincia, dove il padre maestro Tanni gli pigliò e lo diede allo tesoro dell' re di Persia per maggior quieto vivere delli christiani. Adesso mi scrivono che gli conventi sono rimasti senza di nisciuno e gli christiani per tanti guai e maltratamenti che hebbero dal vice re che chi fuggì di qua e chi fuggì di là e chi rinegò la fede, dove la fatiga e lo stento di 352 già sono perse. E io sto assai sconfidato di andarsi e non so come fare e come risolvermi di tanti guai e di tanta amaritudine e gli padri che furono portati in Arievan furono carcerati in sino due mesi; già sono liberati per via di denaro. Supplico vostra paternità reverenda che dica al signor eminentissimo cardinale padrone che mi mandino presto il resto della mia entrata e anco qualche altre cose di più, perché io adesso sono dieci mesi che sto per viaggio e ho speso quanto ne havevo e anco ho fatto debito di scudi 20 e 24. Ho dato per le gabbelle e portature delle robbe e non posso andare presto perché le vie sono pericolose di molti genti e turchi banditi. Questo denaro potrà portare il padre fr. Luca armeno(98). In il caso che fusse venutta verso di qua, come spero, potete mandare in potere di il signor cavaliero Silvestro Cortone, che sta in Allivorno, che poi mandarà in Smirno in potere di il signor mercante Avanscian di Jorii d'Aparaner, che io ho lasciato per mio procuratore, che lui mandarà sicuro. Addì 9 di maggio 1669. Di sua paternità reverenda /f. 206r/ Se il caso che fusse pericolo di perdersi per sicurezza il signor cavaliero Cortone potrà mandare alli padri cappuccini in Smirno, che loro daranno al supradetto mercante Avanscia che sta a Smirno. Per è di più particolare caramente vi basciano le mani il padre Azaria(99) e il padre fr. Michele(100) e padre fr. Bartolomeo(101). Con questa ocasione racomando fr. Paulino, il mio nepote(102), che non si scordi, tanto alli presenti in quanto alli absenti figlii. Con che il fine e bacio sante mani di sua paternità reverendissima sono humilissimo servitore fr. Matteo Avanisense, arcivescovo di Naxivan. |
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