14 . Lo studio prende le mosse da un riesame della specifica congiuntura in cui, tra 1233 e 1234, maturò il progetto di una canonizzazione di Domenico. In questa sede non interessa tanto una ricostruzione in dettaglio della cronologia degli eventi che in breve tempo portarono a formalizzare canonicamente il culto reso al fondatore. Si vorrebbe invece ricercare in che misura l'evento canonizzazione, nella sua complessa articolazione di fasi, istanze, spinte e reticenze, abbia contribuito a riplasmare, se non addirittura a costruire una certa immagine ufficiale della santità di Domenico, tale comunque da rendersi oggettivamente disponibile per usi e letture differenti che avessero potuto corrispondere ad istanze e/o programmi (cultuali, celebrativi, dottrinali, ecclesiologici etc.) non necessariamente riducibili all'unum del profilo agiografico cristallizzatosi nella Fons sapientiae.
Il problema ci sembra assumere pieno rilievo alla luce di una elementare considerazione, trascurata, ci sembra, dal p.Vicaire quando l'autore pretende di mostrare "que la conviction de la sainteté de Dominique, qui est à l'origine de son culte, s'est affirmée dès le temps de sa vie" (D. et ses Prêcheurs p.282), allegando a tal fine - e per forza di cose - testimonianze, biografie ufficiali e più tardive sillogi agiografico-esemplari, di cui si omette di sottolineare non tanto la seriorità (non meno di 12 anni dalla morte di Domenico) quanto il fatto, a nostro avviso cruciale, che tutte necessariamente furono scritte avendo gli autori presente l'immagine di Domenico in quanto santo canonizzato; le stesse deposizioni del processo di canonizzazione furono raccolte seguendo uno schema d'interrogatorio rigorosamente articolato secondo criteri prestabiliti di virtù 'accertabili'. E' stato lo stesso Vicaire a ricostruire la lista degli articuli interrogatorii redatta da Filippo di Vercelli, procuratore della causa, miranti a enucleare gli elementi caratteristici di quella che si pensava fosse stata (e si voleva pertanto 'accertata' e solennemente imposta) la santità di Domenico, cosí da facilitare e soprattutto orientare in quel senso lo svolgimento dell'inquisitio in partibus; tra l'altro sembra essersi trattato del primo caso (o, almeno, del primo esempio attestato) di applicazione di tale procedura, destinata a rapida e intensa diffusione.
Ci sembra pertanto opportuno e necessario scomporre e analizzare, per ricondurle ai peculiari contesti storico-culturali e socio-religiosi in cui poterono prender forma, le componenti più significative dei primi ritratti consapevolmente 'sistematici', delle prime immagini in qualche modo accreditatesi come esaustive della figura del fondatore. Quelle cioè che emergono dall'ampia silloge degli Acta dei due processi (con l'importante corollario dei mandati d'inchiesta papali, della bolla di canonizzazione e delle successive sollecitazioni a non trascurare gli obblighi del culto: si hanno infatti precise attestazioni di resistenze popolari a quest'ultimo, come nel caso ben noto di san Pietro martire) e soprattutto dal Libellus di Giordano di Sassonia, a sua volta prima importante testimonianza del costituirsi di una precisa e già solida autocoscienza storico-ecclesiologica all'interno dell'ordine a meno di 20 anni dalla fondazione, nonché, proprio per questo, fonte precipua di tutte le successive e numerose ricognizioni dell'immagine di san Domenico e, con lui, delle nuove stelle che i domenicani avevano saputo rapidamente ascrivere al firmamento agiografico della cristianità occidentale.
Ammesso poi - ma non concesso - che quella "conviction de sainteté" sia stata, ancora in vita Domenico, "à l'origine de son culte", risulta doppiamente rilevante, nella prospettiva che qui si assume, il problema, ancora una volta eluso o comunque sostanzialmente minimizzato dal padre Vicaire, del decennio abbondante di oblìo e di silenzio che sembrano circondare non solo il culto ma anche la tomba stessa del fondatore: la cosa già imbarazzava Giordano di Sassonia (Lib. 98, 122), provocando più tardi le note irreverenti del sarcasmo di Salimbene de Adam. E' quantomeno necessario tentare una verifica più rigorosa dell'affermazione secondo cui "les frères s'effraient de ces manifestations du culte populaire qui troublent leur prière ... et gênent leur ministère" (Vicaire, op. cit. p.283) e distruggono pertanto gli ex-voto soffocando il culto nascente per tema di venir tacciati d'avarizia: essa ricalca alla lettera la giustificazione retorico-apologetica addotta da Giordano di Sassonia per spiegare il venir meno del culto bolognese dopo il fuoco di paglia dei primi miracoli.
Non è facilmente credibile che i frati, per quanto colti e refrattari a certe manifestazioni di pietà, abbiano volutamente "soffocato" il culto: già Altaner (Der hl. Dominikus pp.227-228) aveva dubitato della versione dei fatti fornita da Giordano: lo Scheeben (Der hl. Dominikus p.392), dissentendo, avrebbe, secondo il Vicaire, "opportunamente reagito". Allora è forse più opportuno tentare una verifica dell'ipotesi secondo cui tale rapida eclissi - nonostante lo stesso Vicaire presuma, con la sola testimonianza di Giordano, di cogliere nella "mentalité" dei frati "au lendemain de la mort du Maître" il loro "souci de ne pas se donner même de l'apparence de l'interessement" - sia stata, più semplicemente, la conseguenza di una scarsa celebrità popolare di s.Domenico, forse anche in quanto comunemente associato, non importa quanto erroneamente, all'attività dell'Inquisizione, affidata da Gregorio IX ai domenicani proprio intorno al 1233. Ciò non equivale a escludere del tutto l'ipotesi di non facile accertamento che i Predicatori abbiano dato originariamente scarsa importanza alla celebrazione cultuale e agiografica della persona di Domenico, stemperatasi nella commemorazione della provvidenzialità dell'Ordine e pertanto in qualche modo 'schiacciata' nel ruolo di fondatore e di primo legislatore, a discapito o, comunque, subordinandovi quello di paradigma di virtù cristiane e di intercessore (così il Vauchez, Sainteté en Occident pp.390-391).
Quella celebrità, peraltro, venne sapientemente rinvigorita dai frati - proprio nell'accezione più efficace della potenza taumaturgica delle reliquie - quale potente catalizzatore del consenso necessario al buon esito del negotium pacis del 1233, contestualmente all'abile canalizzazione del moto dell'"Alleluia" nella più ordinata devotio domenicana. D'altra parte, lo stesso successo popolare di quella campagna di pacificazione creava i presupposti ottimali per ravvivare un culto che dava più di un segno d'esaurimento, nonché avviare, in un contesto ecclesiologico favorevole o comunque tale da poter anche oggettivamente richiedere quel supremo atout, i preliminari per la canonizzazione del fondatore. Ciò che, per altro verso, veniva a collimare con i contestuali orientamenti papali in materia di politica di santificazione e, più in generale, pastorali.
Fu pertanto l'oggettiva convergenza di molteplici fattori (eteronomi almeno nei presupposti, se non nei fini) a favorire quello specifico esito, la canonizzazione di Domenico appunto, che, inevitabilmente, avrebbe portato a un rilevante mutamento di prospettiva nelle successive rivisitazioni della sua immagine e, con questo, nella stessa autocoscienza dell'ordine.
E' necessariamente alla luce di tale spostamento di coordinate (che investe il piano di una ecclesiologia e di una coscienza storica a un tempo) che dovremmo leggere le testimonianze (non solo agiografiche) relative tanto a san Domenico quanto alla prima storia dell'OP, dal momento che appare più scontata la consapevole assunzione critica di tale parametro (la santità di Domenico in quanto paradigma per la, o meglio, le santità dell'ordine) per una ricostruzione dei modelli di perfezione quali furono espressi e riflessi nelle fonti domenicane delle prime generazioni.
Un percorso insomma che, dalla progressiva - che non equivale a linearmente programmatica - costruzione della, ovvero delle immagini che, di volta in volta, si ritenevano o si volevano accreditare quale vera immagine di Domenico, si sposta e contemporaneamente si stempera, irradiandosi in una molteplicità di nuove immagini e modelli di santità quali è dato ritrovare, in serrato rapporto a precise direttive agiografiche (e pertanto anche ecclesiologiche) espresse dai vertici istituzionali dell'OP (Capitoli generali e provinciali) nel caleidoscopio narrativo delle Vitae Fratrum, nonché, in minor misura, nel coevo De Apibus di Tommaso di Cantimpré (qui infatti la prospettiva di edificazione individuale vanifica ormai l'autocoscienza di un progetto storiografico, peraltro non formulato). Altre fonti rientrano in questa prospettiva, come ad esempio l'interessantissimo trattato De quattuor in quibus di Stefano di Salanhac; gli abregés agiografici, la documentazione iconografica e la liturgia del proprium domenicano.
