Margherita da Città di Castello condusse una vita semplice e nascosta, spartita tra la cella domestica e la chiesa, una vita fatta soltanto di penitenza e preghiera, di attenzione agli sventurati e di operosa ma umile carità quotidiana, Fu dunque priva, in apparenza, di avvenimenti di rilievo.  Ma la sua Legenda, proprio nel senso etimologico di “cosa da leggere”, ci riporta, in tutta la sua essenzialità e nettezza, a una verità originale del cristianesimo, a quella benedizione antica (Mt 18, 1-10) che, invertendo i ruoli, consegna ai poveri, ai piccoli, e non ai grandi del mondo la lezione divina (Lc 1, 51-53).

Questo lo comprese Ubertino da Casale: il grande spirituale francescano era un uomo di grande dottrina, ma egli scrisse che Margherita gli era stata maestra molto di più di tanti dotti teologi e speculativi.  In un momento di grave crisi spirituale la piccola vergine di Città di Castello lo aveva illuminato e sostenuto, donandogli la forza per continuare la sua opera. Era stata lei, infatti, a insegnargli la strada per conoscere, amare e imitare veramente la vita di Gesù, per seguire le sue orme. 

Ma la grandezza spirituale di Margherita venne ben compresa anche dagli abitanti di Città di Castello, che subito dopo la sua morte chiesero che venisse sepolta in chiesa: essi la consideravano santa già prima di ogni riconoscimento ufficiale.  Come si usava a quel tempo in simili circostanze, il suo corpo venne preparato per l’imbalsamazione, e fu allora che nel suo cuore furono trovate tre piccole pietre, dove erano raffigurati tre volti: le icone di Maria, di Giuseppe e del Bambino Gesù, i componenti della Sacra Famiglia. Si svelò in quel momento il segreto di quella letizia soprannaturale che Margherita non aveva mai perso dinanzi alle prove più dure della sua esistenza: la cecità, la malattia, il ripudio.  La povera orfana della Metola, in realtà, non era stata veramente tale, perché il Signore non l’aveva mai abbandonata, e lei aveva saputo colmare il vuoto dell’assenza della famiglia terrena con il piccolo presepe che sempre aveva abitato il suo cuore.

E proprio un cuore trilobato avrebbe stabilmente accompagnato l’immagine della beata tifernate, un attributo iconografico che l’avrebbe resa immediatamente riconoscibile anche nei lunghi cortei delle sante e beate domenicane, tutte di nero e bianco vestite, tutte con il giglio in mano.

Il piccolo presepe, quasi lascito testamentario, era il messaggio consegnato da Margherita: i suoi occhi spirituali avevano saputo vedere nella propria condizione di abbandono ed emarginazione – quasi un “resto” della società − il volto stesso di un Dio che per amore dell’uomo aveva rinunciato alla potenza e alla gloria e si era abbassato per entrare nella contingenza, temporalità e nella finitezza. Il presepe e la croce erano stati i luoghi che Dio, in suo Figlio, aveva scelto per rivelarsi al mondo; prima della gloria della Resurrezione Gesù aveva dovuto sperimentare realmente, nella propria stessa carne, la vulnerabilità, l’umiliazione, la sofferenza. Per questo Margherita accolse il proprio dolore come il segno di una particolare elezione, e visse in una beatitudine di amore che è la stessa vita di Dio nella sua relazione trinitaria. Nella redazione lunga della sua Legenda la parola chiave è paupertas, che non è soltanto privazione di beni, ma anche emarginazione sociale, precarietà, incertezza. Non era questa una condizione che Margherita avesse liberamente scelto, ma così come accettò con gioioso distacco la malattia, l’abbandono e il tradimento degli uomini, altrettanto accolse la povertà come un dono che le consentiva la piena assimilazione a Cristo.

Così, la condizione iniziale della fanciulla povera ed emarginata si rovescia. Come nel Magnificat, all’azzeramento di ogni potere e di ogni bene umano corrisponde nella beata il dono della sapienza, alla cecità corporale la chiarezza della dottrina, all’ignoranza la grazia luminosa della parola, alla mancanza di mezzi e strumenti la potenza di compiere i miracoli. Per questo, la fanciulla povera e illetterata che non sa niente di libri, ma ha ricevuto tutto da Dio, diventa una apprezzata maestra spirituale, esercita un carisma di dottorato, e qualche volta di profezia, anche se la sua testimonianza rimane più domestica, privata, legata alla cerchia delle sue amiche e figlie spirituali.

Margherita è stata una grande mistica, sulla linea di quelle figure femminili straordinarie che nel Trecento, in un periodo di crisi terribile della storia della Chiesa e dell’Europa, seppero essere «veri sacerdoti delle loro città», nel sacrificio e offerta totale di sé stesse, ripetendo, con un letteralismo disarmante, la figura evangelica della sostituzione. Se, come aveva insegnato Tommaso d’Aquino, Cristo è l’uomo “per gli altri”, venuto al mondo per la redenzione dell’uomo, queste donne della penitenza assunsero lo stesso ruolo di Cristo per ottenere la salvezza delle anime.

Fu, la loro, un’opera limitata a gesti umili, ma estremamente significativa di cosa significhi l’impegno cristiano nella storia, un’azione che non si appoggia sul potere e il denaro, ma che si realizza nel soccorrere chi soffre nel corpo e nello spirito; donne che seppero amare e conservare intatta la propria libertà spirituale e la speranza del vangelo anche di fronte alle sopraffazioni e alle prove più difficili. Questo è il segno che Margherita ha lasciato, e per questo non è stata mai dimenticata.