[…]

Con le mani tocco i muri
Ma con l’anima la verità,
Le mie dita per me oscure
Ma Dio, un chiarore.

Sento vicino ciò ch’è lontano
Quando penso, credo di fissare;
Il mio corpo seduto nell’oggi,
La mia anima fluttua nell’infinito.

Cose leggiadre dall’aria
Giungono per le mie orchestrazioni.
Sento solo ali di uccelli
Ma vedo ali di angeli.

A volte canto senza la voce,
Così come penso senza parlare
La cecità che Dio mi ha dato
É un modo di darmi la luce.

Se procedo per un cammino
Sono due i miei cammini:
Uno, quello in cui mi incammino
L’altro, la verità in cui sono.

In me esiste, al fondo di un pozzo,
Un pertugio di luce verso Dio.
Là, molto in fondo alla fine,
Un occhio fabbricato nei cieli.

Fernando Pessoa, Sono un sogno di Dio,
Qiqajon, Magnano (BI), p. 53

Questa lirica del poeta portoghese Fernando Pessoa sembra dar voce come meglio non si potrebbe all’esperienza cristiana e spirituale della beata Margherita di Città di Castello. Una vita breve, trascorsa nei suggestivi scenari della Massa Trabaria e del Tifernate, la bellezza dei quali, tuttavia, le era stata preclusa di contemplare a causa di una cecità che l’ha accompagnata dalla nascita fino alla morte, avvenuta nel 1333. L’evocazione di questo grappolo di versi che puntano, nello sviluppo delle leggere quartine, allo scandaglio teologale del contrastato rapporto cecità esterna-luce/sguardo interiore, mi è sembrata quanto mai appropriata a commentare il testo delle due legendae della Beata che in modalità e declinazioni diverse insistono sullo stilema della “provvidenziale cecità”: era cieca, ma vedeva nella luce.

Ricordo solo alcuni dei passi in cui l’Autore della Vita lunga chiosa con acume teologico e ispirazione scritturistica la privazione della vista come un “intervento della Provvidenza (dice Pessoa: “La cecità che Dio mi ha dato / È un modo di darmi la luce”): «Essa infatti nasce priva degli occhi corporali per non vedere il mondo, ma si sazia della luce divina perché, stando sulla terra, possa contemplare soltanto il cielo»[1]. Quando i genitori la conducono a Città di Castello per impetrarne la guarigione da un religioso francescano da poco defunto in odore di santità, restano delusi perché: «[…] il Signore, avendola già illuminata nella mente con il desiderio di contemplare le realtà celesti, non volle esaudirli, lui che conosce i segreti, affinché per la vista delle cose terrene non fosse privata della visione delle cose celesti»[2]; e una volta, lasciata (o abbandonata) sola e mendíca per le strade della cittadina tifernate  «[…]quella che è ritenuta abbandonata viene subito accolta da Dio, [e] mentre è separata dal mondo è illuminata dalla luce eterna, perché la sua mente sia innalzata a meditare più liberamente le realtà eterne».[3] E, più avanti, nel prosieguo del testo, ecco levarsi alta la voce dell’agiografo a proclamare il carisma della magisterialità di Margherita, un magistero femminile dalla forma umile e discreta certo, ma dalla tonalità indubbiamente evangelica: «Beata cieca, dico, che non hai mai visto le cose di questo mondo e che hai imparato così velocemente le cose celesti! Felice discepola, che hai meritato di avere un simile maestro, che senza libri ha istruito nella Sacra Scrittura te, cieca fin dalla nascita, che insegni anche alle persone che vedono»[4]. Pur non potendo “vedere niente”, tuttavia con quell’ “occhio fabbricato nei cieli (Pessoa), contemplava l’Invisibile reso visibile, l’Incarnato, il Dio fatto uomo, presente nell’Eucarestia: «In Chiesa, quando si consacrava il corpo di nostro Signore Gesù Cristo e per tutto il tempo in cui si celebrava il sacro mistero, asseriva di vedere Cristo incarnato[5] e di non poter vedere nient’altro in atto (actualiter). Non c’è da meravigliarsi se colui che l’aveva privata di qualsiasi visione delle cose terrene voleva mostrarsi soltanto al suo sguardo puro, perché in un vaso di coccio e di poco valore risplendesse la clemenza divina»[6]. Come il Cristo che si consegna per amore dell’umanità nel mistero del pane spezzato e del sangue versato, così Margherita fece della sua vita, apparentemente insignificante e superflua allo “sguardo” mondano, una “vita donata”.

La metafora del “vaso di coccio” di origine paolina («Noi però abbiamo questo tesoro in vasi di creta, affinché appaia che questa straordinaria potenza appartiene a Dio, e non viene da noi. In tutto, infatti, siamo tribolati, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi, portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo» 2 Cor, 4, 7-10) rimanda d’istinto ad un celebre passo dell’Apostolo che ben illumina il significato della vita e della santità di Margherita: «Considerate infatti la vostra chiamata, fratelli: non ci sono fra voi molti sapienti dal punto di vista umano, né molti potenti, né molti nobili. Ma quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti; quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono, perché nessuno possa vantarsi di fronte a Dio» (I Cor 1, 26-29).

Ancora una volta, come già più volte mi è capitato di ricordare in altre sedi istituzionali e/o più ufficiali, avverto l’istanza interiore e profondamente percepita, di riaffermare con ispirato convincimento che l’attualità della fama di santità e la vigoria del culto della Beata non vanno attribuiti ad una sorta di rinvenimento artificiale o recupero archeologico di una beata del Medioevo, quanto, piuttosto, ad una manifestazione dello Spirito di Dio che opera nella storia e che in modo misterioso e spesso invisibile fa lievitare la pasta umana con il lievito del suo sorprendente dinamismo. La fama di santità e il culto della beata Margherita, infatti non si sono mai spenti e se fino al XIX secolo erano prevalentemente circoscritti in Italia e all’interno dell’Ordine domenicano, con inaspettata crescita si sono diffusi, grazie ai religiosi e alle religiose della Famiglia Domenicana, in tutto il mondo. La piccola Margherita vive tuttora nel cuore e nella preghiera di tanti fedeli non solo in Umbria e nelle Marche ma anche negli USA e nelle Filippine. La vitalità odierna del suo culto, la straordinaria estensione della sua fama in paesi distantissimi da Città di Castello o dalla Metola, l’attualità del suo cammino di perfezione e l’esemplarità della sua povera vita, testimoniano come a tutt’oggi Margherita riesca a parlare al cuore di migliaia di uomini e di donne, perché in Lei hanno riconosciuto una sorella, una di loro, una di quelle umili e benedette creature che un giorno Gesù esultando nello Spirito indicò quali uniche depositarie della vera sapienza: «Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza» (Lc 10, 21).

Fra Gianni Festa, O.P.
Postulatore Generale


[1]Vita lunga della Beata Margherita (Recensio major, BHL 5313az), in Pierluigi Licciardello, Le vite dei santi di Città di Castello nel Medioevo, Editrice Pliniana, Selci-Lama (PG) 2017, p. 251.

[2] Ivi, p. 253

[3] Ivi.

[4] Ivi, p. 259.

[5] Anne Lécu, suora domenicana che da anni lavora come medico nelle carceri francesi, ricordando il martirio del padre Jacques Hamel – ucciso da due militanti dell’islamismo fondamentalista la mattina del 26 luglio 2016 mentre stava celebrando la messa nella chiesa di Saint Etienne du Rouvray, in Normandia – sintetizza con rara efficacia di espressione teologica il legame vitale che esiste tra il credente che partecipa e crede nell’Eucarestia e il Cristo realmente presente nel pane e nel vino «L’Eucarestia, in quanto ricapitolazione della vita più ordinaria dei credenti, è il luogo in cui noi siamo configurati a Cristo e in cui, per la grazia di coloro che vi partecipano, il mondo è configurato a Cristo, incarnato, crocifisso, risorto», Id., Una vita donata, Qiqajon, Magnano (BI) 2018,  p. 6.

[6] Ivi, p. 261.